Contributo alla Conferenza di Parigi di Sabato 11 aprile 2026 sui Prigionieri Politici
La situazione dei prigionieri rivoluzionari e la critica all’isolamento e la differenziazione.
Negli ultimi 50-60 anni, numerose crisi economiche si sono succedute, rivelando sempre più il loro carattere non temporaneo ma strutturale del capitalismo e i limiti invalicabili nel garantirsi il processo di accumulazione.
La borghesia in Italia, per evitare le conseguenze politiche e sociali che portavano con sé e prolungare artificiosamente il processo di accumulazione e le contraddizioni connaturate al rapporto di produzione capitalistico, ha risposto, intervenendo a più livelli e mettendo in campo importanti riforme strutturali nel mondo del lavoro e welfare (e a sostegno alle imprese); riorganizzando l’apparato statale a favore di una espansione del potere dell’esecutivo; trasformando lo Stato sociale in Stato penale; intervenendo sistematicamente ideologicamente e affinando lo strumento repressivo, in modo sempre più ampio, forte e aggressivo.
Le conseguenze per la classe, hanno riguardato ogni aspetto della vita.
in campo lavorativo:
- forti ristrutturazioni nell’organizzazione del mondo del lavoro, un aumento sempre maggiore dello sfruttamento, abbassamento del costo del lavoro con un irrigidimento dei salari, una crescente parcellizzazione ed individualizzazione del rapporto lavorativo, precarietà diffusa, differenziazione salariale basata su produttività e competenze
a livello sociale (welfare):
- privatizzazione e aziendalizzazione della sanità, con conseguente impossibilità per i ceti popolari di usufruire di un sistema sanitario, di accesso alla cura e prevenzione e diminuzione delle possibilità di assistenza, in particolar modo, per le persone più fragili ed immigrate;
- un sistema scolastico che, a suon di riforme dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico , introducendo l’autonomia scolastica; la personalizzazione dei percorsi; tagli di spesa; potenziamento del ruolo dirigenziale e alternanza scuola-lavoro (buono scuola), spacciato come formazione, diventato successivamente Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento), cioè forza lavoro minorile gratuita, costata la vita a decine di studenti anche minorenni e decine di migliaia di infortuni); rimodulato gli istituti tecnici e professionali (mano d’opera funzionale e duttile ad un mercato precario), svela la sua natura sempre più classista ed ideologica. Un sistema scolastico aziendale, gerarchizzato, differenziato su scala nazionale, basato su competitività, merito e privatizzazione maggiore. Una scuola sempre più onerosa per le famiglie proletarie, su cui grava il peso del suo sostentamento.
- Un costante processo di svendita, privatizzazione e compartecipazione tra pubblico/privato del patrimonio immobiliare di edilizia popolare; blocco dell’edilizia popolare a favore di processi ed investimenti speculativi e finanziari ad opera di grandi gruppi immobiliari con il conseguente aumento degli affitti a prezzi di mercato, inaccessibili ai ceti proletari;
a livello ideologico:
- si assiste ad un martellamento ideologico in cui Lo Stato persegue uno scopo diretto e preventivo per proporre come “migliore dei mondi possibili”, il feticcio della democrazia occidentale, la fede nel capitalismo e l’illusione dei diritti di cittadinanza.
- Attraverso la creazione di un allarme sociale (l’emergenzialità) su un presunto pericolo per lo Stato “democratico” e in nome della “sicurezza”, identifica i nemici di turno, a seconda del periodo storico e della situazione sociale e attraverso lo strumento dei media cerca di orientare l’opinione pubblica verso un consenso generalizzato al sistema di “valori” e alle ragioni dello Stato borghese, cercando di farla diventare, di fatto, sua espressione. Si cerca di istituzionalizzare e sdoganare il consenso alla “normalità” dell’emergenza, favorendo conseguentemente, quel processo di centralizzazione delle funzioni di comando che permette all’esecutivo di avocare a sé poteri decisionali straordinari in tutti i campi sociali.
Si tenta di imporre un principio di “legalità” (quella borghese! ), i margini e gli spazi del conflitto e di agibilità politica (elezioni, contrattazioni blindate, spazi, tempi e modi consentiti in cui il conflitto si può esprimere! ), e di pensiero (il linea con le ragioni dello Stato!), con la finalità di annullare e mortificare qualsiasi pensiero critico, velleità di cambiamento sociale, esperienza di lotta conflittuale e progettuale, distruggendo ogni principio di solidarietà, espressione di classe, attraverso un’operazione di desolidarizzazione e divisione della classe, indirizzando l’odio verso il nemico di turno, verso i “cattivi”; la messa al bando della violenza come strumento che la classe storicamente ha utilizzato per cambiare lo stato di cose (monopolio, invece, della borghesia!), la cancellazione e strumentalizzazione della memoria del movimento di classe e rivoluzionario, che si è espresso a cavallo fine anni 60’ e ’70.
- A livello repressivo:
il mantra dell’emergenzialità, è il filo conduttore delle politiche repressive di questi ultimi decenni che hanno dettato le conseguenti modifiche legislative e penitenziarie che si sono avvicendate. Uno strumento che, con l’acuirsi della crisi e della guerra, è diventato, sempre più, fondamento della governance di ogni governo, per poter attuare i piani di ristrutturazione necessari al capitale per la propria sopravvivenza.
La natura “limitata e circoscritta dell’emergenzialità” e lo stato di eccezione, si palesa per quello che è realmente: norma con cui regolare le contraddizioni sociali in tutti i campi: lavorativo, sociale, abitativo, sanitario, giovanile.
Sull’onda dell’emergenzialità si predispongono e consolidano sempre nuovi dispositivi carcerari e di segregazione, si allargano le tipologie dei gruppi sociali a cui si fa riferimento e le pene detentive, così come la loro durata.
A seconda del momento storico, della conflittualità della classe, delle esigenze del capitale, cambiano, di volta in volta, i paradigmi e se ne costruiscono di nuovi per motivare e fare accettare uno Stato che si trasforma sempre più in Stato di polizia e non può permettersi che vengano ostacolati i suoi piani, che oggi, impongono, in questo contesto internazionale di crisi e guerra, l’attuazione di un’economia di guerra.
Così, l’emergenza negli anni ’70, viene raccontata, come necessità contro quello che lo Stato definisce “terrorismo”, rappresentato dalle formazioni armate in Italia e in risposta alle continue rivolte di massa, evasioni o tentativi di evasione dalle carceri organizzate e frutto dell’unione nella lotta fra detenuti comuni e prigionieri politici appartenenti soprattutto alle formazioni combattenti; in seguito, come risposta alle politiche di contrasto alle organizzazioni criminali di stampo mafioso; dopo l’attentato alle torri gemelli, negli USA del 2001, alla lotta al terrorismo internazionale, con la caccia all’islamico.
I dispositivi messi in campo a metà degli anni 70, con la nuova riforma penitenziaria, furono l’istituzione nel ’77 delle carceri speciali (le supercarceri) direttamente controllate dai carabinieri (dirette dal generale Dalla Chiesa), a cui, anni dopo, si aggiunse la formazione dei famigerati “braccetti della Morte”, sezioni di massimo isolamento e nell’ ’82 l’applicazione dell’art. 90 della riforma carceraria che prevede, per motivi di “sicurezza”, la sospensione di tutti i diritti garantiti dalla stessa legge.
Ed è nell’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario del 1975, convertito in legge che vanno ricercate le radici del 41 bis (carcere duro), e della sua applicazione nel 1992, come risposta alle stragi di mafia ed esteso successivamente ai reati di “terrorismo” politico. Rinnovato per 10 anni, fino alla sua definitiva stabilizzazione ed inasprimento nel sistema penitenziario nel 2002 (governo Berlusconi). Da 23 anni sono 3 i prigionieri delle BR-PCC sottoposti a questo regime carcerario, e, dal 2022, anche l’anarchico Alfredo Cospito.
Negli anni si susseguono a suon di decreti e proposte di legge, pacchetti sicurezza che permettono:
- la militarizzazione dei territori attraverso l’utilizzo di sistemi di sorveglianza e la presenza dell’esercito nelle strade;
- la “gestione” dell’immigrazione, introducendo l’istituzione della detenzione amministrativa e di veri e propri campi di concentramento, dove anche i diritti più elementari presenti nel sistema carcerario non esistono; misure sempre più restrittive sull’immigrazione che limitano le richieste di protezione speciale, inasprimento delle pene per gli “scafisti”, velocizzazione delle espulsioni, estensione dei trattenimenti nei Centri (hotspot) e giro di vite sui permessi di soggiorno. Misure che provocheranno negli anni molti morti, feriti, malattie e forti proteste e repressione all’interno dei CPR.
- Come risposta alla povertà e al disagio giovanile, si vara un pacchetto di misure urgenti (poi diventate legge) contro la criminalità minorile, la dispersione scolastica che prevedono fino a 2 anni di carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola, l’arresto in flagranza per spaccio, l’ammonimento già dai 12 anni, il Daspo urbano per i minori dai 12 ai 18 anni, il divieto di uso di smartphone per minori sotto i 14 anni.
- Fino ad arrivare ai recenti decreti e disegni di legge approvati del 2024-25 e a marzo 2026 , in cui si Introducono nuovi reati penali come occupazione di immobile che prevede pene anche per chi solidarizza con esso; resistenza passiva in carcere e/o nei Cpr; restrizioni per chi manifesta (il blocco stradale diventa reato), si rafforzano i poteri delle forze dell’ordine e si stabiliscono procedure per il fermo preventivo fino a 12 ore; si fissano nuove regole per i daspo, l’ estensione delle zone rosse con il divieto di accesso a persone “pericolose”; si limita la possibilità dei ricongiungimenti familiari e le richieste di asilo per gli immigrati e si allarga il ventaglio dei paesi cosiddetti “sicuri” per l’ espatrio degli “irregolari”; si inasprisco le pene per borseggi e prevedono ulteriori norme punitive contro le baby gang. E, abbracciando le linee guida dell’IHRA, si equipara l’antisemitismo all’antisionismo. Automaticamente, si adatta il quadro normativo con norme punitive e diventa antisemitismo qualunque critica e denuncia allo “stato” di Israele e ai suoi crimini; si impone la delazione da parte dei docenti, e sanzioni a loro carico in caso trattino in chiave critica l’occupazione sionista della Palestina; si prevedono “corsi di formazione “iniziali” e di “formazione continua” per lo “studio della cultura ebraica e israeliana” – facendo così dell’ideologia razzista e suprematista del sionismo una verità di stato! “. Si colpisce così ogni forma di solidarietà internazionale.
Ultimo in ordine cronologico del 2026, l’attacco politico al diritto di sciopero, da parte della Commissione Garanzia, per colpire uno dei sindacati più conflittuali e il settore della logistica che di più ha espresso combattività negli ultimi decenni. Equiparando la logistica ad un servizio pubblico essenziale, si blindano gli scioperi e si limita così la capacità e incisività della lotta.
Oltre all’elemento dell’emergenzialità legato alla sicurezza, di cui si è parlato, altri elementi sorreggono l’impianto delle misure repressive e l’organizzazione penitenziaria adottata dallo Stato nel corso di questi decenni:
- la differenziazione dei circuiti carcerari (anche su base razziale), e le diverse tipologie di trattamento (Alta Sicurezza, Media Sicurezza, circuiti per i “comuni”, 41 bis) che, a partire dagli anni 70, è stato uno strumento importante messo in atto dallo Stato, per frammentare la popolazione carceraria, spezzare legami di solidarietà e individualizzare il rapporto con l’istituzione carceraria;
- individualizzazione del rapporto, che è funzionale alla logica di premialità, uno dei pilastri dell’ordinamento penitenziario e regge sulla presunta rieducazione del detenuto (partecipazione attiva al percorso educativo e condotta regolare), in cambio di benefici di legge (misure alternative, depenalizzazione del reato, permessi premio, liberazione anticipata, lavoro esterno, semilibertà). Ravvedimento, che comporta, soprattutto nel caso della detenzione politica, abiura, pentitismo, dissociazione, rinuncia alla propria identità;
- parallelamente al potenziamento nello Stato del potere dell’esecutivo, il carattere sempre più strutturale e sistemico che i dispositivi repressivi hanno assunto, abbracciano ogni sfera sociale (la salute, la casa, il lavoro, l’ambiente), e componente: giovani, immigrati, lavoratori, occupanti di case, ambientalisti, pacifisti;
Caduti i risicati margini di mediazione sociale, oggi lo Stato si esprime solo attraverso una risposta muscolare, spinto dalla necessità vitale di pacificazione e controllo anche preventivo, di fronte all’aumento del conflitto di ampi porzioni di classe che si è espresso, in modo più forte e massificato, dopo il 7 ottobre, con la solidarietà alla resistenza palestinese, contro la politica colonialista e razzista dell’entità sionista israeliana, la complicità e responsabilità del governo italiano e le politiche di guerra e crisi.
- Il 41 bis, lo sciopero di Alfredo Cospito, la Palestina
Il 41 bis è la punta più alta del regime carcerario, una vera forma di tortura e di morte sociale, psicologica, umana. Si regge sul completo isolamento sensoriale, (2 ore d’aria con al massimo 3 persone scelte dalla direzione del carcere), la privazione dei contatti esterni (familiari): 1 ora al mese con vetri divisori che impediscono qualsiasi contatto fisico; restrizioni sulla quantità e tipologia dei libri (soggetti all’arbitrio della direzione carceraria); censura anche per la visione di alcuni canali televisivi; difesa solo in videoconferenza, divieto per i difensori di diffondere notizie sulle condizioni dei detenuti.
Nel 2023, l’anarchico Alfredo Cospito, sottoposto al 41 bis a cui è stato applicato un articolo (strage politica) mai applicato neanche per reati di natura stragista, per azioni, per il quale era già stato sanzionato e in cui non ci sono state morti, inizia uno sciopero della fame ad oltranza per denunciare le condizioni detentive in cui sono sottoposti tutti i detenuti in questo regime carcerario e contro l’ergastolo.
Lo sciopero rompe la cappa di silenzio, che per paura e/o introiezione delle ragioni dello Stato, per decenni ha avvolto i movimenti e la società, facendo emergere il reale scopo e la vera natura di questo trattamento: attraverso la tortura dell’isolamento totale protratto
nel tempo si punta a colpire non tanto l’atto in sé – il reato – quanto le idee – il soggetto.
Privando l’individuo non solo della libertà, come se questa non fosse già una punizione-
limite, ma isolandolo 24 ore su 24 da qualsiasi forma di relazione, affettività, bisogno
primario di socialità e di conoscenza (letture, informazione), si cerca di piegarne l’identità,
di costringere il prigioniero al pentitismo e/o a denunciare altri da mandare al proprio
posto (unico modo per uscire da questo regime carcerario). È una forma di tortura legalizzata ed istituzionalizza di “messa a morte in vita”,
così come si prefigura, nella sua essenza, anche l’ergastolo (fine pena mai!).
L’attenzione che si è creata intorno alla vicenda Cospito che ha dato luogo a assemblee, dibattiti, articoli di giornale, trasmissioni, manifestazioni, presidi, favorisce una riflessione e un confronto sulla carcerazione politica di lunga durata (16 compagni delle Br da più di 40 anni in carcere) e in generale sul carcere e sulla sua funzione all’interno del quadro di crisi e guerra in corso.
7 ottobre: Palestina
Quanto è accaduto dopo il 7 ottobre in Palestina, ha marcato un prima e un dopo nelle coscienze di molti e ha dato voce ad ampi strati di popolazione, ma soprattutto ad un proletariato giovanile estremamente eterogeneo (egiziani, marocchini, algerini, palestinesi, libanesi, italiani…), proveniente prevalentemente dalle periferie della città, che vive quotidianamente emarginazione, repressione continua ed controllo nei propri territori, che ha difficoltà a intravedere un futuro, che sopravvive di lavoro nero o in condizioni di sfruttamento che rasenta lo schiavismo, che ha problemi a trovare una casa, ad avere un documento ed esprime la stessa rabbia e condizione che si è espressa nelle rivolte delle banlieue parigine o contro l’ingiustizia e il razzismo di Stato negli USA.
La tattica di far accettare e rafforzare il consenso attraverso l’uso dei mass media, mistificando la realtà e imponendo una narrazione in cui il sistema di occupazione delle terre palestinesi, il razzismo e l’apartheid israeliano è il risultato del perenne tentativo di “difendersi dagli attacchi” del popolo Palestinese, man mano ha perso forza e credibilità; così come la propaganda in cui si sostiene vada bandita ogni forma di violenza, e che equipara la Resistenza a terrorismo.
Diviene sempre più chiara la complicità del governo italiano nel genocidio del popolo palestinese, non solo perché fornisce armi, logistica, basi, ma perché ne condivide in buona parte l’ideologia e adatta il quadro normativo legislativo (come si è visto con l’equiparazione antisemitismo=antisionismo) con norme punitive, per imporne l’accettazione.
Se analizziamo la questione carceraria in Israele vediamo che molte sono le similitudini con l’Italia, come “l’eccezionalismo” israeliano sia una eccezionalismo che riguarda tutti gli stati occidentali, Italia in primis.
Nel 1979 viene istituito nelle carceri israeliane un circuito speciale per i prigionieri palestinesi (molto simile a quelle che si sono formate in Italia a metà degli anni ’70) e nel 2022 (prima del 7 ottobre), il sistema penitenziario si specializza in funzione di annientamento dei prigionieri, utilizzando la tortura in modo sistematico e sistemico (metodo usato ampiamente negli anni 70 con i prigionieri delle BR), e forme di deprivazione e isolamento dall’esterno, paragonabile a quello che è in vigore, dal 1992, in Italia, al 41 bis.
La detenzione amministrativa operante da sempre in Israele (ereditata dal mandato britannico), contro i palestinesi (i nemici da annientare), è stata adottata in Italia contro gli immigrati senza documenti che vengono rinchiusi in quei lager che sono i CPR, sottintendendo che rappresentano anch’essi un nemico esterno da combattere. Così come il muro eretto da Israele nei territori palestinesi è lo stesso muro ideologico e reale, rappresentato dalla chiusura e militarizzazione delle frontiere per gli immigrati.
Se si analizza poi la situazione dei detenuti comuni nelle carceri italiane, dove la presenza di una popolazione detenuta immigrata è sempre più alta, vediamo che malnutrizione, sovraffollamento, mancanza di igiene e di cure sanitarie, maltrattamenti, minacce e veri e propri pestaggi, sono pressoché all’ordine del giorno e rappresentano la condizione quotidiana, il sistema, in cui sono costretti a vivere, condizioni che non sono molto dissimili da quelle a cui sono sottoposti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. La povertà, il disagio rappresenta un pericolo e come tale è un nemico da combattere: nelle carceri, umiliando e annichilendo corpi e menti, nelle metropoli, nascondendone la presenza.
L’utilizzo in Italia dell’ergastolo ostativo e non, quindi del fine pena mai (a cui sono sottoposti anche dagli anni ’80 i prigionieri delle BR) è una forma di morte lenta, che regge sull’ipocrisia delle democrazie occidentali che si cela dietro la falsa tutela dei diritti umani, la salvaguardia del diritto alla vita e alla dignità umana e il rifiuto di commettere omicidi di Stato. Omicidi che lo Stato commette impunemente dentro le carceri e i centri di detenzione per immigrati (Modena…….) , nelle strade (Ramy….); dignità che calpesta quotidianamente, sfrattando donne, anziani, bambini, uomini, emarginando la povertà ; ledendo il diritto alla cura, all’assistenza, all’istruzione, condannando ad una vita di sfruttamento e salari da fame.
Israele, non ha bisogno di nascondersi dietro nessun velo, ha sempre mostrato la sua vera faccia e festeggia ora l’approvazione della pena di morte per i palestinesi, chiudendo così il cerchio:pulizia etnica e occupazione.
Quello che viene attuato è un continuo processo di disumanizzazione del nemico che in quanto tale, va annientato, umiliato o relegato ai margini della società. Allo stesso modo va distrutta la sua storia, la sua memoria. Israele lo sta facendo non solo uccidendo donne, uomini, bambini, ma anche radendo al suolo i luoghi, i simboli, la terra dei palestinesi in modo che non ne rimanga ricordo e con essa, anche memoria della sua cultura, tradizioni, resistenza anticoloniale e di liberazione. Lo fa narrando un’altra verità, quella dell’oppressore, così come in Italia, lo Stato cerca di cancellare quel ciclo di lotte che si espresse in modi e forme diverse negli anni ’70 e che parlavano di lotta di classe, di emancipazione dal dominio capitalista/imperialista, di rivoluzione e per cui, ancora oggi diversi compagni e compagne sono ancora in carcere in alta sicurezza e 3 sono sottoposti alla tortura del 41 bis.
- Rompiamo un tabù
Dal dopoguerra agli anni ’60, furono anni di lacrime e sangue per il proletariato italiano: salari bassi, orari e ritmi massacranti, condizioni di lavoro durissime, controllo in fabbrica (valletta-Fiat), una scuola autoritaria e classista, istituzioni totali (carceri, manicomi) veri lager e nelle strade, alle manifestazioni, operai, studenti, braccianti, disoccupati, uccisi per mano della polizia o dei fascisti al loro servizio. Anni di stragi e di strategia della tensione ad opera dello Stato e per mano della manovalanza fascista. In questa realtà sociale e politica, si sviluppò in Italia un grande movimento di classe che seppe organizzare e costruire una forza e un sapere che mise in discussione i rapporti di potere e dominio esistenti, seppe coniugare le rivendicazioni per la casa, il lavoro, l’istruzione, la salute, la salvaguardia dell’ambiente con una lotta più generale di emancipazione per un cambiamento rivoluzionario dei rapporti capitalistici ed imperialisti e che strappò riforme importanti nella sanità, nelle scuole, università, in difesa dei salari, sui manicomi, nelle fabbriche.
Un grande movimento che dialettizzò con una parte di esso che si pose il progetto di un cambiamento radicale della società, di un processo rivoluzionario, portando la guerriglia rivoluzionaria nel cuore della metropoli del Centro capitalista. Esperienza, che non fu solo praticata in Italia, ma anche negli USA, Germania, Francia, Spagna, Grecia.
La risposta dello Stato non si fece attendere: una forte repressione si abbatté sulla classe, che si tradusse in oltre 20.000 indagati/e, 6.000 compagni/e in galera, 15.000 anni comminati e 100 ergastoli, per i quali, dopo più di 40 anni, 16 compagni delle Br sono in galera e da 20 anni e più, 3 al 41 bis.
Anni, questi, che vengono rappresentati, ancora oggi attraverso i media, come “anni di piombo”; lo strumento della violenza esercitata da una parte della classe per contrastare e modificare i rapporti di forza e il dominio della borghesia, “terrorismo”; i compagni che la esercitarono come corpi esterni, estranei alla classe e lo Stato come unico difensore dell’”ordine”, unico e indiscutibile ordine possibile, quello borghese, capitalista.
Sono molti i tabù da rompere:
- la mistificazione esercitata sulla memoria di quell’importante ciclo ed esperienza di lotta in cui si respirava aria di rivoluzione, voglia di comunismo nella sua espressione più nobile: una società libera dalle forme di dominio politico, economico, culturale, su cui regge il capitalismo e l’imperialismo, verso un progetto di costruzione di una società libera dallo sfruttamento, dal razzismo, dall’assoggettamento culturale, politico, sociale. Una società, come diceva Sankara, di uomini integri.
Mistificazione il cui scopo è demolire quanto di positivo e importante anche per l’oggi, la classe, nel suo insieme, in quella fase storica, abbia prodotto in termini di emancipazione, coscienza, organizzazione e contropotere;
distruggere le ragioni di quelle lotte, le cui radici erano da cercare nelle contraddizioni del sistema capitalistico, le stesse che oggi, con la globalizzazione, la fase di profonda crisi e di guerra, sono diventate ancora più acute e forti.
Allo stesso tempo, questa operazione di falsificare la memoria da parte del potere (strumento ideologico, utilizzato ampiamente anche nella situazione attuale per contrastare le lotte), è funzionale ad impedire ogni idea di rivolta, distruggere la speranza, la fiducia e la possibilità che, per le classi subalterne, un cambiamento ed emancipazione sociale sia possibile.
- la decontestualizzazione di questi prigionieri, che lo Stato rappresenta come corpi esterni ed estranei ad un contesto socio-politico, fuori dalla nostra classe, come “terroristi”, violenti. Utilizzati, ieri, come oggi, ideologicamente e strumentalmente, per addebitare la responsabilità -ed accelerare, sotto la parola d’ordine dell’emergenzialità – nuove misure repressive e riforme carcerarie già nei piani dello Stato in risposta alle lotte in atto e preventivamente (si veda le dichiarazioni in occasione in p.m riferite alle mobilitazioni a sostegno della lotta palestinese, del pericolo della ripresa del “terrorismo”, degli “anni di piombo”, dell’”assalto al cielo” …)
- Il silenzio su questi prigionieri. Un silenzio che è in gran parte, frutto della paura, della difficoltà a parlare di chi il potere etichetta come “terroristi”, concetto che è stato interiorizzato socialmente per anni e da una buona parte del movimento di classe che, per paura della repressione, lo ha accettato.
- Un silenzio che è frutto della desolidarizzazione che il potere e le sue istituzioni a tutti i livelli hanno imposto attraverso la parcellizzazione della classe, la gerarchizzazione, la frammentazione e diversificazione contrattuale, salariale, l’individualizzazione dei rapporti lavorativi, nelle carceri (attraverso i percorsi premiali la dissociazione, il pentitismo, la presa di distanza), con i processi di aziendalizzazione e privatizzazione nelle scuole, nella sanità, la distruzione di reti di solidarietà sociale, territoriali…
Un silenzio che lo Stato ha volutamente mantenuto -se non quando servivano come spauracchio, come pressione e monito verso le lotte o da mostrare in modo muscolare, come trofeo del potere- perché questi compagni non dovevano esistere nella loro materialità, identità. Una realtà da nascondere e cancellare.
Rompere questa cappa ideologica e politica, che per quasi 40 anni ha annebbiato i movimenti e la società nel suo insieme, riconoscendo questi compagni come parte integrante, memoria e testimonianza viva di quel movimento di classe e delle sue aspirazioni, e ancor oggi, idealmente, compagni al nostro fianco nelle lotte contro il colonialismo sionista, l’imperialismo USA, il capitalismo, è un passo avanti nell’appropriarsi di una memora e verità storica, che appartiene solo alla classe degli sfruttati; toglie potere all’ideologia borghese; ristabilisce un principio di solidarietà reale e di appartenenza.
Perché, dopo oltre 40 anni fanno ancora così paura?
Perché resistono. Una resistenza che ha le stesse motivazioni ideali chemuovono i prigionieri palestinesi e la resistenza del popolo gazawi da oltre 70 anni.
40 e passa anni di privazione della libertà, nelle carceri speciali, in sezioni ad alta sicurezza, possono esser sostenuti solo se alla base c’è una forte convinzione che corrisponde a correnti di pensiero profondamente radicate nella storia universale, in più di un secolo di lotta di classe, una lotta che è stata internazionale.
Sono queste convinzioni, che rappresentano l’identità di questi militanti e la loro scelta di vita, a cui lo Stato chiede di rinunciare, mercanteggiando e mercificando il loro pensiero politico in cambio di concessioni. Quello che lo Stato non può sopportare e deve impedire è, che questa lunga resistenza rappresenti idealmente, per le generazioni odierne e le lotte in corso, la forza del sogno, non spento, di rivoluzione, di comunismo e questi compagni, la testimonianza concreta del tentativo di aver provato a realizzarlo.
La paura del potere e il suo rovescio
La paura del potere va ricercata nella situazione di crisi e guerra che si sta vivendo (che si è andata sempre più acuendo dopo il 7 ottobre con l’attacco della Resistenza palestinese contro l’entità sionista, coloniale, razzista di Israele, le responsabilità dell’occidente, Italia in testa e USA, e l’aggressione contro l’Iran) che ha reso necessario per le democrazie rappresentative, darsi strumenti maggiori per controllare e gestire le contraddizioni che la situazione sociale e politica che questo stato di cose inevitabilmente genera sulle classi subalterne.
Ma soprattutto, che gli strumenti messi in atto, (unicamente autoritari e repressivi, come stiamo vivendo in Italia, nello specifico), siano efficaci ad impedire ogni forma di velleità di cambiamento e di critica a questo sistema socio-economico.
Ogni singola lotta rappresenta, per le democrazie rappresentative, in difficoltà evidente a gestire la crisi e in crisi di rappresentanza, una minaccia perché potrebbe mettere in discussione e svilupparsi in una critica più radicale e progettuale di cambiamento sociale.
Si assiste quindi, ad una repressione crescente e massificata contro i movimenti sociali (lavorativo, giovanile, territoriale, ambientalista, anticapitalista, di solidarietà, antirazzista, di critica al pensiero dominante…) con un incremento delle pene e dei reati (pene non tanto commisurate alla gravità del fatto, ma quanto all’idea che lo sorregge: si punisce, in pratica il pensiero, la valenza politica che il fatto esprime), cercando così di silenziare e pacificare l’esplosione delle contraddizioni esistenti.
È in questa situazione sociale di guerra aperta alle classi subalterne (nemico interno), che la mistificazione della memoria da parte del potere, richiede come passo fondamentale per sancire la propria vittoria, che i prigionieri rinneghino le loro convinzioni, perché protagonisti della parte più organizzata e progettuale dello scontro che si è espresso nella storia della lotta di classe in Italia. “Negando l’esistenza della lotta di classe”, il potere può fingere che il mondo sia ridotto a un’opposizione tra sostenitori delle democrazie liberali e gli altri. Chiedergli di rinnegare l’idea di un cambiamento rivoluzionario sarebbe come affermare che la democrazia rappresentativa sia l’unica forma attuabile, il capitalismo l’unico modello socio-economico possibile e che la lotta di classe non esiste. Per la borghesia sarebbe uno strumento ideologico forte da utilizzare strumentalmente per spezzare anche solo l’idea del “sogno” di cambiamento e da usare per dimostrare il fallimento di ogni velleità di trasformazione.
Non si tratta dunque di mitizzare un periodo storico, ma crediamo che attraverso questa chiave di lettura si possa comprendere, oggi più che mai, la necessità di rompere i tabù sul significato di questa prigionia, riconoscendo questi compagni come parte integrante e memoria della lotta di classe che trova riferimento storico nelle lotte di oggi.
Inoltre, la resistenza nelle carceri e nei tribunali- come quella dei popoli oppressi del mondo arabo dalla Palestina, al Libano e Iran di fronte alle atrocità sioniste, quella dei Prisoner for Palestine in Inghilterra, il processo di Hanan, Ali e Mansur a L’Aquila, gli scioperi della fame contro il 41 bis in Italia e nelle carceri speciali in Turchia, sono il filo rosso di una lotta comune per la liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione. Attorno alla solidarietà ai prigionieri e al sostegno di coloro che sono colpiti dalla repressione è possibile dare continuità ad un’idea di cambiamento e di costruzione di un’unità di classe internazionalista.
Entro il 5 maggio è previsto il rinnovo per altri due anni del 41 bis per Alfredo Cospito ed attorno a questa scadenza si stanno sviluppando numerose iniziative per rompere ancora una volta il silenzio intorno alle detenzioni di isolamento, differenziazione e tortura di cui il circuito carcerario del 41 bis è uno dei perni e per continuare quel percorso di lotta in solidarietà a tutti i prigionieri per la chiusura delle sezioni di 41 bis e contro l’ergastolo.
Nelle carceri italiane, con la risposta repressiva dello Stato portata avanti contro l’ampio movimento di sostegno alla Resistenza Palestinese, sono detenuti nel circuito di Alta Sicurezza, nelle stesse sezioni dei compagni comunisti e anarchici, i prigionieri palestinesi Anan Yaeesh, Ahmad Salem, Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Riyad Al Bustanji e Yaser Elasaly. Presidi fuori dalle carceri, presenze alle udienze nei tribunali, striscioni nei cortei cittadini rilanciano la richiesta di liberazione di tutti i prigionieri e fanno della solidarietà una lotta. La resistenza dei prigionieri vive nelle lotte e va sostenuta e rafforzata.
“ Vogliamo rompere un tabù” per la solidarietà ai prigionieri rivoluzionari
Aprile ‘26
