Milano per la Palestina: “25 aprile 2026: finalmente una data da ricordare”

25 aprile 2026

FINALMENTE UNA DATA DA RICORDARE.

Sono quasi le due quando in C.so Venezia, tra via Boschetti e via Senato, un gruppo di compagni e compagne stende uno striscione con foto di bambini uccisi a Gaza preparato opportunamente dagli esponenti dei Carc e utilizzato per dare il via all’opposizione all’entrata in corteo della Brigata ebraica insieme ai suoi improbabili sodali. Iraniani, amici del figlio del non compianto Scià che tanta libertà e attenzione per le classi povere aveva portato a quel paese, Ucraini, eredi di quel Bandera famigerato persecutore degli ebrei, qualche sostenitore Usa delirante come il loro presidente e sparuti venezuelani tra quelli svenduti ai nordamericani. Quando il corteo con gli stendardi parte, la polizia costringe il gruppo a retrocedere spezzando lo striscione e lasciandolo a terra calpestato dai loro scarponi. Ovviamente la raffigurazione delle vite dei piccoli portate via dai sionisti non ha suscitato in loro la benché minima attenzione etica. Il gruppo resterà chiuso per due ore senza smettere mai di urlare al megafono interventi e slogan contro i sionisti e contro i loro complici. In direzione delle prime file del corteo, delle sezioni dell’Anpi, vengono rivolte accuse di sfilare con i colpevoli del genocidio in corso e delle azioni di guerra contro Iran e Libano e così facendo rendendosene complici. Mai è stata pronunciata la frase (che parla di saponette) che da subito gli organi di stampa ripeteranno all’infinito con la solita pedissequa aderenza alla propaganda sionista che la caratterizza da sempre e in particolare dal post 7 ottobre 2023. Il tentativo insistente di invalidare l’effetto delle critiche antisioniste spacciandole per antisemite è ricorrente e ora anche in via di essere sostenuto per legge. Sin da subito davanti al blocco in cui sono costretti i compagni e le compagne inizia una forte contestazione da parte di partecipanti, non connotati da appartenenza a gruppi politici, allo spezzone della Brigata che non riesce quindi a procedere sebbene protetto dal servizio d’ordine dei patetici City Angels e, ovviamente, dalle forze dell’ordine. L’atmosfera diventa carica di un significato stupendo, la reazione alla pre potenza genocidiaria sionista e dei loro alleati è finalmente incontenibile e spontanea. Quel che viene detto e indirizzato loro si riferisce alla terribile realtà dei fatti. Non si uccide così spietatamente una popolazione fatta di uomini, donne, anziani e tanti troppi bambini, non si invadono paesi vicini per estendere il proprio dominio, non si colpiscono ripetutamente scuole, ospedali, personale sanitario, giornalisti dei luoghi attaccati, non si fanno video sprezzanti per offendere e infierire volgarmente su chi cade sotto i colpi dell’esercito di occupazione della Palestina, non si attacca vigliaccamente chi cerca cibo o chi supera una linea gialla inventata al momento, non si supportano gli squallidi coloni feroci e impuniti che infieriscono senza tregua su villaggi, persone, animali in Cisgiordania, non si attua uno sterminio di massa per predare una terra a chi la abita, non si compiono tutte quelle nefandezze evidenti a chiunque assista all’opera criminale dei sionisti almeno da 78 anni, senza finire sotto la scure della reazione delle masse finalmente risvegliate.
Un altro momento toccante avviene al passaggio di giovani che innalzano cartelli neri sui quali in bianco è riportato il nome dei Lager. Cercano di passare lontani dalla Brigata ebraica, ma vengono impediti dalla polizia e, mentre passano a fianco dei fermati, gli si propone di aggiungere agli altri un cartello con su scritto “Gaza”.
Gli spezzoni di altri compagni arrivano a premere da dietro il blocco che dura da due ore, intanto contingenti di forze dell’ordine tentano di contenere e separare in modo piuttosto confuso. Lo spezzone dei Palestinesi resta ancora indietro mentre qualcuno arriva in piccoli gruppi.
Nel frattempo, e improvvisamente, la polizia si ritrae e lascia aperto al confronto con i componenti dello spezzone della Brigata ebraica il gruppo fermato all’inizio dell’operazione di contenimento. Scelta di per sé piuttosto incomprensibile. Comunque si prosegue con attacchi verbali e accuse fino a che un altro contingente di polizia scorta fuori dal corteo i sionisti e i loro sodali. Non era rimasto loro, ai sionisti e alle forze dell’ordine, altro da fare data la forza e l’incontenibilità della contestazione ormai di massa. È un momento, un evento storico, i sionisti sono costretti ad andarsene dal corteo del 25 aprile. “Fuori i sionisti dal Corteo”, “Via i sionisti dal 25 aprile” non sono più solo slogan, oggi sono diventati realtà e per merito di un sollevamento spontaneo della piazza milanese.

Viva la Resistenza Palestinese e oggi possiamo urlare anche Viva la resistenza qui, ora, adesso.

 Milano per la Palestina

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25 aprile a Milano

MILANO LO SA DA CHE PARTE STARE PALESTINA LIBERA DAL FIUMI FINO AL MARE

Una grande risposta popolare ha impedito che ancora una volta sfilassero nel corteo di Milano, che ricorda l’insurrezione e la liberazione dal nazi-fascismo, i sostenitori dell’entità sionista responsabile del genocidio, della pulizia etnica e dell’occupazione della Palestina. La Milano che in tutti questi anni ha sostenuto la Resistenza del popolo Palestinese, si è mobilitata contro le guerre imperialiste e la corsa al riamo, contro le responsabilità del Governo Italiano e di quello della città di Milano, ha creato le condizione per la cacciata dal corteo dei sionisti. Difesi solo dai celerini, dalla Questura e dai City Angels dietro lo striscione della Brigata Ebraica, struttura creata ad arte per darsi una legittimizzazione inesistente e provocatoria per poter partecipare alle celebrazioni della Resistenza, insieme a chi sostiene l’aggressione contro lo Stato e la popolazione Iraniana, Libica, Venezuelana da tutto il corteo sono stati allontanati.

E’ stata una giornata significativa ed importante di buon auspicio per le prossime mobilitazioni che ci attendono nel mese di maggio, consapevoli che la lotta per la liberazione sarà lunga e difficoltosa. La scelta di cacciare i sionisti è una vittoria! Costruiamo la Resistenza!

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Solidarietà ai compagni del CARC

La nostra solidarietà ai compagni dei CARC per il pesante attacco repressivo subito da parte delle procura di Napoli, su ipotesi di reato per apologia di terrorismo e associazione con finalità eversive e terroristiche.

È dalla ripersa di un movimento di lotta solidale con il popolo palestinese e la sua resistenza, contro la guerra scatenata in Medio Oriente con l’attacco Usa-Israele all’Iran, in Libano (progetto della grande Israele), contro gli Houthi in Yemen, che lo Stato italiano, per mano dei suoi apparati repressivi, a suon di decreti, sta conducendo una vera e propria guerra verso chiunque si mobiliti, lotti, solidarizzi ed

esprima una critica allo stato di guerra, alle politiche economiche di miseria e sfruttamento che vengono imposte, all’ideologia sionista genocidaria, razzista e coloniale di Israele.

Alle contraddizioni sociali generate dalla crisi strutturale in cui versa globalmente questo sistema, che genera condizioni di vita sempre peggiori, povertà crescente, disuguaglianza sociale, devastazione ambientale, emarginazione e razzismo, l’unica risposta messa in atto dallo Stato è reprimere in forma sempre più forte e massificata il dissenso e la critica sperando così di pacificare e controllare la società e con essa le contraddizioni esistenti.

Non c’è settore o categoria sociale che in questi ultimi anni non abbia subito conseguenze repressive: dai lavoratori della logistica agli studenti, dalle strutture territoriali alle associazioni, dagli immigrati a singoli/e individualità… Carcere, fogli di via, misure cautelari, multe altissime, gaspo … fioccano quotidianamente e in modo sempre più consistente, allo scopo di demoralizzare, impaurire, dividere e svuotare le lotte.

Solidarizzare e essere a fianco di chi sta subendo oggi questi attacchi, vuol dire non permettere che le ragioni all’origine delle lotte vengano silenziate, vuol dire non accettare di essere divisi, vuol dire riconoscersi, al di là delle differenze, in un’unica classe che lotta per una società libera dalle brutture del capitalismo.

Tutta la nostra solidarietà ai compagni dei carc, ai palestinesi e compagni in carcere, ai giovani, gli operai, i lavoratori della logistica, gli studenti, gli immigrati, colpiti perché lottano!

 Panetteria Occupata – Milano 22/04/2026

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25 aprile di Resistenza

25 APRILE DI RESISTENZA

Lavoro precario e sottopagato, carovita, razzismo, repressione…..

NO AL RIARMO NO ALL’ECONOMIA DI GUERRA

LA LIBERAZIONE E’ ANCORA DA FARE

Italia Palestina Libano Iran Burkina Faso Cuba ………

UN FRONTE DI LOTTA COMUNE CON I POPOLI E LE RESISTENZE CHE COMBATTONO

25 APRILE ore 10 da Piazza Costantino (sede Anpi Crescenzago) corteo da Via Padova al monumento martiri partigiani di Piazzale Loreto

Nel pomeriggio al corteo COSTRUIAMO LA RESISTENZA via i sionisti via la Nato

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lettera per il 25 aprile 2026

Alle Associazioni partigiane,

a tutti i partecipanti al corteo del 25 aprile:

Ci avviciniamo al 25 aprile in una situazione di guerra globale.

Le numerose iniziative indette nell’anniverario della liberazione dal nazifascimo non possono non mettere al centro dei contenuti che le caratterizzano le ragioni per cui è ancora necessario manifestare l’opposizione alle guerre in corso e il rapporto oggettivo con la Resistenza italiana di allora e le Resistenze che nel mondo si oppongono. Al centro di questa nuova Resistenza un posto principale spetta a quella del popolo Palestinese.

Il 10 novembre del 1975, con la risoluzione 3379, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite stabilì che il sionismo è una forma di colonialismo, di razzismo, di apartheid, equiparabile al nazifascismo. I successivi anni di aggressioni e massacri effettuati contro le popolazioni arabo-mediorientali: Palestina, Libano, Siria, Iraq, Yemen, etc… lo hanno confermato.

Il 14 maggio 1948 (data alla quale vanno aggiunti i precedenti 25 anni di occupazione coloniale inglese e dei coloni ebrei) il leader sionista Ben Gurion (definito “Padre fondatore”)  proclamava la nascita dello “Stato di Israele” indicando al suo stato maggiore militare come trattare gli abitanti autoctoni: ”Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba. Nel nostro paese c’è posto solo per gli ebrei. Diremo agli arabi spostatevi.”

Dal giorno successivo – il 15 maggio, ricordato dal popolo palestinese come il giorno della Nakba (la catastrofe) – la Palestina è scomparsa dalle carte geografiche e un popolo che aveva mantenuto la sua identità per secoli, nonostante le varie colonizzazioni, è diventato profugo nella sua stessa terra, vittima di un genocidio e di una pulizia etnica.

Il 25 aprile del 2004 i sionisti milanesi iniziano la loro parata dietro le bandiere della cosiddetta “brigata ebraica” e dopo qualche anno, anche grazie alla protezione del PD, diventa uno striscione con la provocatoria scritta “anche cinquemila sionisti hanno partecipato alla liberazione dell’Italia”. Una breve spiegazione per comprendere la portata del problema: tale brigata faceva parte della 8° Armata britannica e più che per combattere il nazifascismo fu costituita per supportare l’idea dell’entità nazionale ebraica (quindi una operazione di propaganda), per acquisire esperienza militare grazie principalmente alla lunga fase di addestramento.

Successivamente i suoi membri formarono il futuro esercito di Israele, unendosi a quelli provenienti dall’Haganà e dalle sue emanazioni: l’Irgun di Jabotinsky e poi di Begin e la banda Stern (queste si bande terroristiche). In Italia la brigata viene costituita con questo nome verso fine settembre 1944 e combatte tra marzo e aprile 1945 solo nelle zone di Ravenna e Brisighella, usando la bandiera sionista. La bandiera che ha quindi sventolato senza soluzione di continuità dalla repressione ad opera di Haganà e britannici della rivolta araba del 1936/39, alla Nakba del 1947/48, alle aggressioni successive dell’entità sionista, sino alle stragi di Gaza dei nostri giorni. La stessa che sventola sui carri armati mentre distruggono strade, olivi, abbattono le case, occupano i campi profughi, affiancano i coloni sul muro di separazione e sui tetti delle colonie. Ha accompagnato e accompagna tutti i crimini sionisti.

L’Italia, oramai da anni, è governata da partiti dichiaratamente filo sionisti ed amici di Israele, con la complicità di una certa sinistra svuotata da ogni valore di giustizia sociale e di solidarietà con i popoli oppressi, con l’evidente scopo di cancellare la memoria Partigiana della classe lavoratrice italiana, che segnò con la guerra di Resistenza una delle pagine più alte della sua storia.

Infatti i partigiani italiani lottarono per la liberazione del paese dal nazifascismo con eroismo e sacrifici: molti sono stati quelli mandati nei lager, fucilati ed impiccati agli angoli delle nostre città, imprigionati e torturati da repubblichini e nazisti.

Ma seppero resistere e combattere e vincere!

L’attuale governo italiano, in continuità con quelli precedenti, è in prima fila nei rapporti commerciali con Israele e nell’operazione di legittimazione dell’entità sionista. Ha imposto una propaganda che giustifica gli slogan dei colonizzatori che spacciano come (loro) “diritto a difendersi” quello che si tratta del (loro) “diritto ad occupare” e del (loro) “diritto di sterminio”. Ed oggi i media nostrani di fronte al continuo massacro dei palestinesi hanno fatto calare il silenzio. Nel caso dell’Iran molto più semplicemente l’aggressione diventa atto di difesa preventiva nascondendo le vere ragioni della guerra scatenata da usa/israele.

Ma la fantasia dei commentatori della TV ha aspetti che possono far sorridere se non si pensa alla gravità delle parole dato che oggi sono riusciti a definire il prezzo del petrolio al barile, come il “canarino della miniera”, presagio di ulteriori disgrazie. Uguale silenzio per quanto riguarda la reale presenza nei nostri territori di militari americani che risultano essere 34.000 di cui 13.000 nelle basi militari e 21.000 in servizio nella VI flotta, nonché sui reali obiettivi delle 40 basi NATO in Europa che in teoria dovrebbero, in base al trattato del 1949, essere utilizzate solo per scopi difensivi.

Non vogliamo cadere nell’errore di analizzare le varie questioni come se fossero indipendenti e separate tra loro, quindi limitando le parole d’ordine ad un argomento per volta. Nel ricordo della Resistenza non possiamo non vedere come nella realtà quotidiana ci sono milioni di lavoratori, studenti, donne, (anche provenienti da paesi in cui i vari imperialismi sostengono regimi reazionari) che fanno tutti parte di un processo di colonizzazione (sia per chi fugge dalle zone di guerra, o è alla ricerca di un riscatto sociale) che racchiude tutti gli aspetti utili per disciplinare la forza lavoro autoctona e poterla sfruttare senza limiti.

Per questo crediamo che oggi sia importante essere al fianco di chi si oppone a tutto lo scempio che abbiamo davanti:

* per la liberazione della Palestina, dove un esercito agguerrito porta avanti il genocidio, la pulizia etnica ed il continuo avanzamento dell’occupazione,

* contro le tonnellate di bombe scaricate sul Libano, sull’Iran

* per lottare contro la pena di morte approvata dalla Knesset per i Palestinesi che contrasteranno l’entità sionista artefice di un colonialismo di occupazione sanguinario. Una legge voluta dal governo sionista che non prevede né la richiesta di grazia, né pene minori ma solo l’assassinio entro 90 giorni dalla condanna da parte di un tribunale militare

* contro il criminale embargo verso Cuba

* ma siamo qui anche per la nostra liberazione … da tutte le menzogne propagandistiche, dalla povertà che avanza, dalla crisi che porta a condizioni di lavoro prive di sicurezza, alla riduzione dei salari, alla privatizzazione di scuola, sanità, servizi pubblici mentre le uniche cose che crescono sono il profitto, il controllo sociale e la repressione.

Anche per tutte queste ragioni crediamo che non sia più possibile tollerare nelle manifestazioni, partendo da quella di Milano, la presenza delle bandiere sioniste, di quelle della Nato, degli USA e di tutti quelli che sostengono le guerre imperialiste.

Auspichiamo che le Associazioni partigiane, promotrici delle manifestazioni del 25 aprile, sapranno riprendere nelle loro mani i valori più alti di chi ha combattuto nella Resistenza partigiana. Questo per non lasciare questa importante giornata nel solo alveo della celebrazione.

PANETTERIA OCCUPATA

Milano, Aprile 2026

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11 aprile: da Parigi Conferenza Prigionieri Politici

Contributo alla Conferenza di Parigi di Sabato 11 aprile 2026 sui Prigionieri Politici

La situazione dei prigionieri rivoluzionari e la critica all’isolamento e la differenziazione.

Negli ultimi 50-60 anni, numerose crisi economiche si sono succedute, rivelando sempre più il loro carattere non temporaneo ma strutturale del capitalismo e i limiti invalicabili nel garantirsi il processo di accumulazione.

La borghesia in Italia,  per  evitare le conseguenze  politiche  e sociali che portavano con sé e prolungare artificiosamente il processo di accumulazione e le contraddizioni connaturate al rapporto di produzione capitalistico,  ha risposto,  intervenendo a più livelli e  mettendo in campo importanti riforme strutturali nel mondo del lavoro e welfare (e a sostegno alle imprese);  riorganizzando l’apparato statale a favore di una espansione del potere dell’esecutivo;  trasformando lo Stato sociale in Stato penale; intervenendo sistematicamente ideologicamente e affinando lo strumento repressivo, in modo sempre più ampio, forte e aggressivo.

Le conseguenze per la classe, hanno riguardato ogni aspetto della vita.

in campo lavorativo:

  • forti ristrutturazioni nell’organizzazione del mondo del lavoro, un aumento sempre maggiore dello sfruttamento, abbassamento del costo del lavoro con un irrigidimento dei salari, una crescente parcellizzazione ed individualizzazione del rapporto lavorativo, precarietà diffusa, differenziazione salariale basata su produttività e competenze

a livello sociale (welfare):

  • privatizzazione e aziendalizzazione della sanità, con conseguente impossibilità per i ceti popolari di usufruire di un sistema sanitario, di accesso alla cura e prevenzione e diminuzione delle possibilità di assistenza, in particolar modo, per le persone più fragili ed immigrate;
  • un sistema scolastico che, a suon di riforme dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico , introducendo l’autonomia scolastica; la personalizzazione dei percorsi; tagli di spesa; potenziamento del ruolo dirigenziale e alternanza scuola-lavoro (buono scuola), spacciato come formazione, diventato successivamente Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento), cioè forza lavoro minorile gratuita, costata la vita a decine di studenti anche minorenni e decine di migliaia di infortuni); rimodulato gli istituti tecnici e professionali (mano d’opera funzionale e duttile ad un mercato precario),  svela la sua natura sempre più classista ed ideologica. Un sistema scolastico aziendale, gerarchizzato, differenziato su scala nazionale, basato su competitività, merito e privatizzazione maggiore.  Una scuola sempre più onerosa per le famiglie proletarie, su cui grava il peso del suo sostentamento.
  • Un costante processo di svendita, privatizzazione e compartecipazione tra pubblico/privato del patrimonio immobiliare di edilizia popolare; blocco dell’edilizia popolare a favore di processi ed investimenti speculativi e finanziari ad opera di grandi gruppi immobiliari con il conseguente aumento degli affitti a prezzi di mercato, inaccessibili ai ceti proletari;

a livello ideologico:

  • si assiste ad un martellamento ideologico in cui Lo Stato persegue uno scopo diretto e preventivo per proporre come “migliore dei mondi possibili”, il feticcio della democrazia occidentale, la fede nel capitalismo e l’illusione dei diritti di cittadinanza.
  • Attraverso la creazione di un allarme sociale (l’emergenzialità) su un presunto pericolo per lo Stato “democratico” e in nome della “sicurezza”, identifica i nemici di turno, a seconda del periodo storico e della situazione sociale e attraverso lo strumento dei media cerca di orientare l’opinione pubblica verso un consenso generalizzato al sistema di “valori” e alle ragioni dello Stato borghese, cercando di farla diventare, di fatto, sua espressione.  Si cerca di istituzionalizzare e sdoganare il consenso alla “normalità” dell’emergenza, favorendo conseguentemente, quel processo di centralizzazione delle funzioni di comando che permette all’esecutivo di avocare a sé poteri decisionali straordinari in tutti i campi sociali.

Si tenta di imporre un principio di “legalità” (quella borghese! ),  i margini e gli spazi del conflitto e di agibilità politica (elezioni, contrattazioni blindate, spazi, tempi e modi consentiti in cui il conflitto si può esprimere! ), e di pensiero (il linea con le ragioni dello Stato!), con la  finalità di annullare e mortificare qualsiasi pensiero critico, velleità di cambiamento sociale, esperienza di lotta conflittuale e progettuale, distruggendo ogni principio di solidarietà, espressione di classe, attraverso un’operazione di desolidarizzazione e divisione della classe, indirizzando l’odio verso il nemico di turno, verso i “cattivi”; la messa al bando  della violenza come strumento che la classe storicamente ha utilizzato per cambiare lo stato di cose (monopolio, invece, della borghesia!), la cancellazione e strumentalizzazione della memoria del movimento di classe e rivoluzionario, che si è espresso a cavallo fine anni 60’ e ’70.

  • A livello repressivo:

il mantra dell’emergenzialità, è il filo conduttore delle politiche repressive di questi ultimi decenni che hanno dettato le conseguenti modifiche legislative e penitenziarie che si sono avvicendate. Uno strumento che, con l’acuirsi della crisi e della guerra, è diventato, sempre più, fondamento della governance di ogni governo, per poter attuare i piani di ristrutturazione necessari al capitale per la propria sopravvivenza.

La natura “limitata e circoscritta dell’emergenzialità” e lo stato di eccezione, si palesa per quello che è realmente: norma con cui regolare le contraddizioni sociali in tutti i campi: lavorativo, sociale, abitativo, sanitario, giovanile.

Sull’onda dell’emergenzialità si predispongono e consolidano sempre nuovi dispositivi carcerari e di segregazione, si allargano le tipologie dei gruppi sociali a cui si fa riferimento e le pene detentive, così come la loro durata.

A seconda del momento storico, della conflittualità della classe, delle esigenze del capitale, cambiano, di volta in volta, i paradigmi e se ne costruiscono di nuovi per motivare e fare accettare uno Stato che si trasforma sempre più in Stato di polizia e non può permettersi che vengano ostacolati i suoi piani, che oggi, impongono, in questo contesto internazionale di crisi e guerra, l’attuazione di un’economia di guerra.

Così, l’emergenza negli anni ’70,  viene  raccontata, come necessità contro quello che lo Stato definisce “terrorismo”, rappresentato dalle formazioni armate in Italia e in risposta alle continue rivolte di massa, evasioni o tentativi di evasione dalle carceri organizzate e frutto dell’unione nella lotta fra detenuti comuni e prigionieri politici appartenenti soprattutto alle formazioni combattenti;  in seguito, come risposta alle politiche di contrasto alle organizzazioni criminali di stampo mafioso; dopo l’attentato alle torri gemelli, negli USA del 2001, alla lotta al terrorismo internazionale, con la caccia all’islamico.

I dispositivi messi in campo a metà degli anni 70, con la nuova riforma penitenziaria, furono l’istituzione nel ’77 delle carceri speciali (le supercarceri) direttamente controllate dai carabinieri (dirette dal generale Dalla Chiesa), a cui, anni dopo, si aggiunse la formazione dei famigerati “braccetti della Morte”, sezioni di massimo isolamento e nell’ ’82 l’applicazione dell’art. 90 della riforma carceraria che prevede, per motivi di “sicurezza”,  la sospensione di tutti i diritti garantiti dalla stessa legge.

Ed è nell’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario del 1975, convertito in legge che vanno ricercate le radici del 41 bis (carcere duro), e della sua applicazione nel 1992, come risposta alle stragi di mafia ed esteso successivamente ai reati di “terrorismo” politico.  Rinnovato per 10 anni, fino alla sua definitiva stabilizzazione ed inasprimento nel sistema penitenziario nel 2002 (governo Berlusconi). Da 23 anni sono 3 i prigionieri delle BR-PCC sottoposti a questo regime carcerario, e, dal 2022, anche l’anarchico Alfredo Cospito.

Negli anni si susseguono a suon di decreti e proposte di legge, pacchetti sicurezza che permettono:

  •  la militarizzazione dei territori attraverso l’utilizzo di sistemi di sorveglianza e la presenza dell’esercito nelle strade;
  • la “gestione” dell’immigrazione, introducendo l’istituzione della detenzione amministrativa e di veri e propri campi di concentramento, dove anche i diritti più elementari presenti nel sistema carcerario non esistono; misure sempre più restrittive sull’immigrazione che limitano le richieste di protezione speciale, inasprimento delle pene per gli “scafisti”, velocizzazione delle espulsioni, estensione dei trattenimenti nei Centri (hotspot) e giro di vite sui permessi di soggiorno. Misure che provocheranno negli anni molti morti, feriti, malattie e forti proteste e repressione all’interno dei CPR.
  • Come risposta alla povertà e al disagio giovanile, si vara un pacchetto di misure urgenti (poi diventate legge) contro la criminalità minorile, la dispersione scolastica che prevedono fino a 2 anni di carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola, l’arresto in flagranza per spaccio, l’ammonimento già dai 12 anni, il Daspo urbano per i minori dai 12 ai 18 anni, il divieto di uso di smartphone per minori sotto i 14 anni.
  • Fino ad arrivare ai recenti decreti e disegni di legge approvati del 2024-25 e a marzo 2026 , in cui si Introducono nuovi reati penali come occupazione di immobile che prevede pene anche per chi solidarizza con esso; resistenza passiva in carcere e/o nei Cpr;  restrizioni per chi manifesta (il blocco stradale diventa reato),  si rafforzano i poteri delle forze dell’ordine e si stabiliscono procedure per il fermo preventivo fino a 12 ore; si fissano nuove regole per i daspo, l’ estensione delle zone rosse con il divieto di  accesso a persone “pericolose”;  si limita la possibilità dei ricongiungimenti familiari e le richieste di asilo per gli immigrati e si allarga il ventaglio dei paesi cosiddetti “sicuri” per l’ espatrio degli “irregolari”; si inasprisco le pene per borseggi e prevedono ulteriori norme punitive contro le baby gang. E, abbracciando le linee guida dell’IHRA, si equipara l’antisemitismo all’antisionismo. Automaticamente, si adatta il quadro normativo con norme punitive e diventa antisemitismo qualunque critica e denuncia allo “stato” di Israele e ai suoi crimini; si impone la delazione da parte dei docenti, e sanzioni a loro carico in caso trattino in chiave critica l’occupazione sionista della Palestina; si  prevedono “corsi di formazione “iniziali” e di “formazione continua” per lo “studio della cultura ebraica e israeliana” – facendo così dell’ideologia razzista e suprematista del sionismo una verità di stato! “. Si colpisce così ogni forma di solidarietà internazionale. 

Ultimo in ordine cronologico del 2026, l’attacco politico al diritto di sciopero, da parte della Commissione Garanzia, per colpire uno dei sindacati più conflittuali e il settore della logistica che di più ha espresso combattività negli ultimi decenni. Equiparando la logistica ad un servizio pubblico essenziale, si blindano gli scioperi e si limita così la capacità e incisività della lotta.

Oltre all’elemento dell’emergenzialità legato alla sicurezza, di cui si è parlato, altri elementi sorreggono l’impianto delle misure repressive e l’organizzazione penitenziaria adottata dallo Stato nel corso di questi decenni:

  • la differenziazione dei circuiti carcerari (anche su base razziale), e le diverse tipologie di trattamento (Alta Sicurezza, Media Sicurezza, circuiti per i “comuni”, 41 bis) che, a partire dagli anni 70, è stato uno strumento importante messo in atto dallo Stato, per frammentare la popolazione carceraria, spezzare legami di solidarietà e individualizzare il rapporto con l’istituzione carceraria;
  • individualizzazione del rapporto, che è funzionale alla logica di premialità, uno dei pilastri dell’ordinamento penitenziario e regge sulla presunta rieducazione del detenuto (partecipazione attiva al percorso educativo e condotta regolare), in cambio di benefici di legge (misure alternative, depenalizzazione del reato, permessi premio, liberazione anticipata, lavoro esterno, semilibertà). Ravvedimento, che comporta, soprattutto nel caso della detenzione politica, abiura, pentitismo, dissociazione, rinuncia alla propria identità;
  • parallelamente al potenziamento nello Stato del potere dell’esecutivo, il carattere sempre più strutturale e sistemico che i dispositivi repressivi hanno assunto, abbracciano ogni sfera sociale (la salute, la casa, il lavoro, l’ambiente), e componente: giovani, immigrati, lavoratori, occupanti di case, ambientalisti, pacifisti;

Caduti i risicati margini di mediazione sociale, oggi lo Stato si esprime solo attraverso una risposta muscolare, spinto dalla necessità vitale di pacificazione e controllo anche preventivo, di fronte all’aumento del conflitto di ampi porzioni di classe che si è espresso, in modo più forte e massificato, dopo il 7 ottobre, con la solidarietà alla resistenza palestinese, contro la politica colonialista e razzista dell’entità sionista israeliana, la complicità e responsabilità del governo italiano e le politiche di guerra e crisi.

  • Il 41 bis, lo sciopero di Alfredo Cospito, la Palestina 

Il 41 bis è la punta più alta del regime carcerario, una vera forma di tortura e di morte sociale, psicologica, umana. Si regge sul completo isolamento sensoriale, (2 ore d’aria con al massimo 3 persone scelte dalla direzione del carcere), la privazione dei contatti esterni (familiari): 1 ora al mese con vetri divisori che impediscono qualsiasi contatto fisico; restrizioni sulla quantità e tipologia dei libri (soggetti all’arbitrio della direzione carceraria); censura anche per la visione di alcuni canali televisivi; difesa solo in videoconferenza, divieto per i difensori di diffondere notizie sulle condizioni dei detenuti.

Nel 2023, l’anarchico Alfredo Cospito, sottoposto al 41 bis a cui è stato applicato un articolo (strage politica) mai applicato neanche per reati di natura stragista, per azioni, per il quale era già stato sanzionato e in cui non ci sono state morti, inizia uno sciopero della fame ad oltranza per denunciare le condizioni detentive in cui sono sottoposti tutti i detenuti in questo regime carcerario e contro l’ergastolo.

Lo sciopero rompe la cappa di silenzio, che per paura e/o introiezione delle ragioni  dello Stato, per decenni ha avvolto i movimenti e la società,  facendo emergere il reale scopo e la vera natura di questo trattamento: attraverso la tortura dell’isolamento totale protratto
nel tempo si punta a colpire non tanto l’atto in sé – il reato – quanto le idee – il soggetto.
Privando l’individuo non solo della libertà, come se questa non fosse già una punizione-
limite, ma isolandolo 24 ore su 24 da qualsiasi forma di relazione, affettività, bisogno
primario di socialità e di conoscenza (letture, informazione), si cerca di piegarne l’identità,
di costringere il prigioniero al pentitismo e/o a denunciare altri da mandare al proprio
posto
(unico modo per uscire da questo regime carcerario). È una forma di tortura legalizzata ed istituzionalizza di “messa a morte in vita”,
così come si prefigura, nella sua essenza, anche l’ergastolo
(fine pena mai!).

L’attenzione che si è creata intorno alla vicenda Cospito che ha dato luogo a assemblee, dibattiti, articoli di giornale, trasmissioni, manifestazioni, presidi, favorisce una riflessione e un confronto sulla carcerazione politica di lunga durata (16 compagni delle Br da più di 40 anni in carcere) e in generale sul carcere e sulla sua funzione all’interno del quadro di crisi e guerra in corso.

7 ottobre: Palestina

Quanto è accaduto dopo il 7 ottobre in Palestina, ha marcato un prima e un dopo nelle coscienze di molti e ha dato voce ad ampi strati di popolazione, ma soprattutto ad un proletariato giovanile estremamente eterogeneo (egiziani, marocchini, algerini, palestinesi, libanesi, italiani…), proveniente prevalentemente dalle periferie della città, che vive  quotidianamente emarginazione, repressione continua ed controllo nei propri territori, che ha difficoltà a intravedere un futuro, che sopravvive di lavoro nero o in condizioni di sfruttamento che rasenta lo schiavismo, che ha problemi a trovare una casa,  ad avere un documento ed esprime la stessa rabbia e condizione che si è espressa nelle rivolte delle banlieue parigine o contro l’ingiustizia e il razzismo di Stato negli USA.

La tattica di far accettare e rafforzare il consenso attraverso l’uso dei mass media, mistificando la realtà e imponendo una narrazione in cui il sistema di occupazione delle terre palestinesi, il razzismo e l’apartheid israeliano è il risultato del perenne tentativo di “difendersi dagli attacchi” del popolo Palestinese, man mano ha perso forza e credibilità; così come la propaganda in cui si sostiene vada bandita ogni forma di violenza, e che equipara la Resistenza a terrorismo.

Diviene sempre più chiara la complicità del governo italiano nel genocidio del popolo palestinese, non solo perché fornisce armi, logistica, basi, ma perché ne condivide in buona parte l’ideologia e adatta il quadro normativo legislativo (come si è visto con l’equiparazione antisemitismo=antisionismo) con norme punitive, per imporne l’accettazione.

Se analizziamo la questione carceraria in Israele vediamo che molte sono le similitudini con l’Italia, come “l’eccezionalismo” israeliano sia una eccezionalismo che riguarda tutti gli stati occidentali, Italia in primis.

Nel 1979 viene istituito nelle carceri israeliane un circuito speciale per i prigionieri palestinesi (molto simile a quelle che si sono formate in Italia a metà degli anni ’70) e nel 2022 (prima del 7 ottobre), il sistema penitenziario si specializza in funzione di annientamento dei prigionieri,  utilizzando la tortura in modo sistematico e sistemico (metodo usato ampiamente negli anni 70 con i prigionieri delle BR), e forme di deprivazione e isolamento dall’esterno, paragonabile a quello che è in vigore, dal 1992, in Italia, al 41 bis.

La detenzione amministrativa operante da sempre in Israele (ereditata dal mandato britannico), contro i palestinesi (i nemici da annientare), è stata adottata in Italia contro gli immigrati senza documenti che vengono rinchiusi in quei lager che sono i CPR, sottintendendo che rappresentano anch’essi un nemico esterno da combattere. Così come il muro eretto da Israele nei territori palestinesi è lo stesso muro ideologico e reale, rappresentato dalla chiusura e militarizzazione delle frontiere per gli immigrati.

Se si analizza poi la situazione dei detenuti comuni nelle carceri italiane, dove la presenza di una popolazione detenuta immigrata è sempre più alta, vediamo che malnutrizione, sovraffollamento, mancanza di igiene e di cure sanitarie, maltrattamenti, minacce e veri e propri pestaggi, sono pressoché all’ordine del giorno e  rappresentano la condizione quotidiana, il sistema, in cui sono costretti a vivere, condizioni che non sono molto dissimili da quelle a cui sono sottoposti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. La povertà, il disagio rappresenta un pericolo e come tale è un nemico da combattere: nelle carceri, umiliando e annichilendo corpi e menti, nelle metropoli, nascondendone la presenza.

L’utilizzo in Italia dell’ergastolo ostativo e non, quindi del fine pena mai (a cui sono sottoposti anche dagli anni ’80 i prigionieri delle BR) è una forma di morte lenta, che regge sull’ipocrisia delle democrazie occidentali che si cela dietro la falsa tutela dei diritti umani, la salvaguardia del diritto alla vita e alla dignità umana e il rifiuto di commettere omicidi di Stato. Omicidi che lo Stato commette impunemente dentro le carceri e i centri di detenzione per immigrati (Modena…….) , nelle strade (Ramy….); dignità che calpesta quotidianamente, sfrattando donne, anziani, bambini, uomini, emarginando la povertà ; ledendo il diritto alla cura, all’assistenza, all’istruzione, condannando ad una vita di sfruttamento e salari da fame.

Israele, non ha bisogno di nascondersi dietro nessun velo, ha sempre mostrato la sua vera faccia e festeggia ora l’approvazione della pena di morte per i palestinesi, chiudendo così il cerchio:pulizia etnica e occupazione

Quello che viene attuato è un continuo processo di disumanizzazione del nemico che in quanto tale, va annientato, umiliato o relegato ai margini della società. Allo stesso modo va distrutta la sua storia, la sua memoria. Israele lo sta facendo non solo uccidendo donne, uomini, bambini, ma anche radendo al suolo i luoghi, i simboli, la terra dei palestinesi in modo che non ne rimanga ricordo e con essa, anche memoria della sua cultura, tradizioni, resistenza anticoloniale e di liberazione. Lo fa narrando un’altra verità, quella dell’oppressore, così come in Italia, lo Stato cerca di cancellare quel ciclo di lotte che si espresse in modi e forme diverse negli anni ’70 e che parlavano di lotta di classe, di emancipazione dal dominio capitalista/imperialista, di rivoluzione e per cui, ancora oggi diversi compagni e compagne sono ancora in carcere in alta sicurezza e 3 sono sottoposti alla tortura del 41 bis.

  • Rompiamo un tabù

Dal dopoguerra agli anni ’60, furono anni di lacrime e sangue per il proletariato italiano: salari bassi, orari e ritmi massacranti, condizioni di lavoro durissime, controllo in fabbrica (valletta-Fiat), una scuola autoritaria e classista, istituzioni totali (carceri, manicomi) veri lager e nelle strade, alle manifestazioni, operai, studenti, braccianti, disoccupati, uccisi per mano della polizia o dei fascisti al loro servizio. Anni di stragi e di strategia della tensione ad opera dello Stato e per mano della manovalanza fascista.  In questa realtà sociale e politica, si sviluppò in Italia un grande movimento di classe che seppe organizzare e costruire una forza e un sapere che mise in discussione i rapporti di potere e dominio esistenti, seppe coniugare le rivendicazioni per la casa, il lavoro, l’istruzione, la salute, la salvaguardia dell’ambiente con una lotta più generale di emancipazione per un cambiamento rivoluzionario dei rapporti capitalistici ed imperialisti e che strappò riforme importanti nella sanità, nelle scuole, università, in difesa dei salari, sui manicomi, nelle fabbriche. 

Un grande movimento che dialettizzò con una parte di esso che si pose il progetto di un cambiamento radicale della società, di un processo rivoluzionario, portando la guerriglia rivoluzionaria nel cuore della metropoli del Centro capitalista. Esperienza, che non fu solo praticata in Italia, ma anche negli USA, Germania, Francia, Spagna, Grecia.

La risposta dello Stato non si fece attendere: una forte repressione si abbatté sulla classe, che si tradusse in oltre 20.000 indagati/e, 6.000 compagni/e in galera, 15.000 anni comminati e 100 ergastoli, per i quali, dopo più di 40 anni, 16 compagni delle Br sono in galera e da 20 anni e più, 3 al 41 bis.

Anni, questi, che vengono rappresentati, ancora oggi attraverso i media, come “anni di piombo”; lo strumento della violenza esercitata da una parte della classe per contrastare e modificare i rapporti di forza e il dominio della borghesia, “terrorismo”; i compagni che la esercitarono come corpi esterni, estranei alla classe e lo Stato come unico difensore dell’”ordine”, unico e indiscutibile ordine possibile, quello borghese, capitalista.

Sono molti i tabù da rompere:

  • la mistificazione esercitata sulla memoria di quell’importante ciclo ed esperienza di lotta in cui si respirava aria di rivoluzione, voglia di comunismo nella sua espressione più nobile: una società libera dalle forme di dominio politico, economico, culturale, su cui regge il capitalismo e l’imperialismo, verso un progetto di costruzione di una società libera dallo sfruttamento, dal razzismo, dall’assoggettamento culturale, politico, sociale. Una società, come diceva Sankara, di uomini integri.

Mistificazione il cui scopo è demolire quanto di positivo e importante anche per l’oggi, la classe, nel suo insieme, in quella fase storica, abbia prodotto in termini di emancipazione, coscienza, organizzazione e contropotere;

distruggere le ragioni di quelle lotte, le cui radici erano da cercare nelle contraddizioni del sistema capitalistico, le stesse che oggi, con la globalizzazione, la fase di profonda crisi e di guerra, sono diventate ancora più acute e forti.

Allo stesso tempo, questa operazione di falsificare la memoria da parte del potere (strumento ideologico, utilizzato ampiamente anche nella situazione attuale per contrastare le lotte), è funzionale ad impedire ogni idea di rivolta, distruggere la speranza, la fiducia e la possibilità che, per le classi subalterne, un cambiamento ed emancipazione sociale sia possibile.

  • la decontestualizzazione di questi prigionieri, che lo Stato rappresenta come corpi esterni ed estranei ad un contesto socio-politico, fuori dalla nostra classe, come “terroristi”, violenti. Utilizzati, ieri, come oggi, ideologicamente e strumentalmente, per addebitare la responsabilità -ed accelerare, sotto la parola d’ordine dell’emergenzialità – nuove misure repressive e riforme carcerarie già nei piani dello Stato in risposta alle lotte in atto e preventivamente (si veda le dichiarazioni in occasione in p.m riferite alle mobilitazioni a sostegno della lotta palestinese, del pericolo della ripresa del “terrorismo”, degli “anni di piombo”, dell’”assalto al cielo” …)
  • Il silenzio su questi prigionieri. Un silenzio che è in gran parte, frutto della paura, della difficoltà a parlare di chi il potere etichetta come “terroristi”, concetto che è stato interiorizzato socialmente per anni e da una buona parte del movimento di classe che, per paura della repressione, lo ha accettato.
  • Un silenzio che è frutto della  desolidarizzazione che il potere e le sue istituzioni a tutti i livelli hanno imposto attraverso la parcellizzazione della classe, la gerarchizzazione,  la frammentazione e diversificazione contrattuale, salariale, l’individualizzazione dei rapporti lavorativi, nelle carceri (attraverso i percorsi premiali la dissociazione, il pentitismo, la presa di distanza), con i processi di aziendalizzazione e privatizzazione nelle scuole, nella sanità, la distruzione di reti di solidarietà sociale, territoriali…

Un silenzio che lo Stato ha volutamente mantenuto -se non quando servivano come spauracchio, come pressione e monito verso le lotte o da mostrare in modo muscolare, come trofeo del potere-  perché questi compagni non dovevano esistere nella loro materialità, identità.  Una realtà da nascondere e cancellare.

Rompere questa cappa ideologica e politica, che per quasi 40 anni ha annebbiato i movimenti e la società nel suo insieme, riconoscendo questi compagni come parte integrante, memoria e testimonianza viva di quel movimento di classe e delle sue aspirazioni, e ancor oggi, idealmente, compagni al nostro fianco nelle lotte contro il colonialismo sionista, l’imperialismo USA, il capitalismo, è un passo avanti nell’appropriarsi di una memora e verità storica, che appartiene solo alla classe degli sfruttati; toglie  potere all’ideologia borghese; ristabilisce un principio di solidarietà reale e di appartenenza.

Perché, dopo oltre 40 anni fanno ancora così paura?

Perché resistono. Una resistenza che ha le stesse motivazioni ideali chemuovono i prigionieri palestinesi e la resistenza del popolo gazawi da oltre 70 anni.

40 e passa anni di privazione della libertà, nelle carceri speciali, in sezioni ad alta sicurezza, possono esser sostenuti solo se alla base c’è una forte convinzione che corrisponde a correnti di pensiero profondamente radicate nella storia universale, in più di un secolo di lotta di classe, una lotta che è stata internazionale.

Sono queste convinzioni, che rappresentano l’identità di questi militanti e la loro scelta di vita, a cui lo Stato chiede di rinunciare, mercanteggiando e mercificando il loro pensiero politico in cambio di concessioni. Quello che lo Stato non può sopportare e deve impedire è, che questa lunga resistenza rappresenti idealmente, per le generazioni odierne e le lotte in corso, la forza del sogno, non spento, di rivoluzione, di comunismo e questi compagni, la testimonianza concreta del tentativo di aver provato a realizzarlo.

La paura del potere e il suo rovescio

La paura del potere va ricercata nella situazione di crisi e guerra che si sta vivendo (che si è andata sempre più acuendo dopo il 7 ottobre con l’attacco della Resistenza palestinese contro l’entità sionista, coloniale, razzista di Israele, le responsabilità dell’occidente, Italia in testa e USA,  e l’aggressione contro l’Iran)  che ha  reso necessario per le democrazie rappresentative, darsi strumenti maggiori per controllare e gestire le contraddizioni che la situazione sociale  e politica che questo stato di cose inevitabilmente genera sulle classi subalterne.

Ma soprattutto, che gli strumenti messi in atto, (unicamente autoritari e repressivi, come stiamo vivendo in Italia, nello specifico), siano efficaci ad impedire ogni forma di velleità di cambiamento e di critica a questo sistema socio-economico.

Ogni singola lotta rappresenta, per le democrazie rappresentative, in difficoltà evidente a gestire la crisi e in crisi di rappresentanza, una minaccia perché potrebbe mettere in discussione e svilupparsi in una critica più radicale e progettuale di cambiamento sociale.

Si assiste quindi, ad una repressione crescente e massificata contro i movimenti sociali (lavorativo, giovanile, territoriale, ambientalista, anticapitalista, di solidarietà, antirazzista, di critica al pensiero dominante…) con un incremento delle pene e dei reati (pene non tanto commisurate alla gravità del fatto, ma quanto all’idea che lo sorregge: si punisce, in pratica il pensiero, la valenza politica che il fatto esprime), cercando così di silenziare e pacificare l’esplosione delle contraddizioni esistenti.

È in questa situazione sociale di guerra aperta alle classi subalterne (nemico interno), che la mistificazione della memoria da parte del potere, richiede come passo fondamentale per sancire la propria vittoria, che i prigionieri rinneghino le loro convinzioni, perché protagonisti della parte più organizzata e progettuale dello scontro che si è espresso nella storia della lotta di classe in Italia. “Negando l’esistenza della lotta di classe”, il potere può fingere che il mondo sia ridotto a un’opposizione tra sostenitori delle democrazie liberali e gli altri.  Chiedergli di rinnegare l’idea di un cambiamento rivoluzionario sarebbe come affermare che la democrazia rappresentativa sia l’unica forma attuabile, il capitalismo l’unico modello socio-economico possibile e che la lotta di classe non esiste.  Per la borghesia sarebbe uno strumento ideologico forte da utilizzare strumentalmente per spezzare anche solo l’idea del “sogno” di cambiamento e da usare per dimostrare il fallimento di ogni velleità di trasformazione.

Non si tratta dunque di mitizzare un periodo storico, ma crediamo che attraverso questa chiave di lettura si possa comprendere, oggi più che mai, la necessità di rompere i tabù sul significato di questa prigionia, riconoscendo questi compagni come parte integrante e memoria della lotta di classe che trova riferimento storico nelle lotte di oggi.

Inoltre, la resistenza nelle carceri e nei tribunali-  come quella dei popoli oppressi del mondo arabo dalla Palestina, al Libano e Iran di fronte alle atrocità sioniste, quella dei Prisoner for Palestine in Inghilterra, il processo di Hanan, Ali e Mansur a L’Aquila, gli scioperi della fame contro il 41 bis in Italia e nelle carceri speciali in Turchia, sono il filo rosso di una lotta comune per la liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione. Attorno alla solidarietà ai prigionieri e al sostegno di coloro che sono colpiti dalla repressione è possibile dare continuità ad un’idea di cambiamento e di costruzione di un’unità di classe internazionalista.

Entro il 5 maggio è previsto il rinnovo per altri due anni del 41 bis per Alfredo Cospito ed attorno a questa scadenza si stanno sviluppando numerose iniziative per rompere ancora una volta il silenzio intorno alle detenzioni di isolamento, differenziazione e tortura di cui il circuito carcerario del 41 bis è uno dei perni e per continuare quel percorso di lotta in solidarietà a tutti i prigionieri per la chiusura delle sezioni di 41 bis e contro l’ergastolo.

Nelle carceri italiane, con la risposta repressiva dello Stato portata avanti contro l’ampio movimento di sostegno alla Resistenza Palestinese, sono detenuti nel circuito di Alta Sicurezza, nelle stesse sezioni dei compagni comunisti e anarchici, i prigionieri palestinesi Anan Yaeesh, Ahmad Salem, Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Riyad Al Bustanji e Yaser Elasaly. Presidi fuori dalle carceri, presenze alle udienze nei tribunali, striscioni nei cortei cittadini rilanciano la richiesta di liberazione di tutti i prigionieri e fanno della solidarietà una lotta. La resistenza dei prigionieri vive nelle lotte e va sostenuta e rafforzata.

“ Vogliamo rompere un tabù” per la solidarietà ai prigionieri rivoluzionari

  Aprile ‘26

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11 aprile: Tenda contro la guerra e l’economia di guerra

TENDA CONTRO LA GUERRA E L’ECONOMIA DI GUERRA
SABATO 11 APRILE ORE 10 – 13 IN PIAZZA VIGILI DEL FUOCO LAMBRATE
Lavoro. sanità, casa, scuola e servizi
soldi per i quartieri, non per la guerra
Confrontiamoci, organizziamoci, facciamo rete, mobilitiamoci!

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4 aprile: mobilitazione contro la NATO

SABATO 4 APRILE MOBILITAZIONI CONTRO LA NATO

ORE 15:00 GHEDI (BRESCIA) DAVANTI ALL’AEROBASE MILITARE

ORE 16:00 MILANO Piazza dei Mercanti

Il 4 aprile, 77° anniversario della fondazione della NATO, sarà una giornata di mobilitazione internazionale contro la NATO, per la chiusura di tutte le basi USA e Nato, per un’opposizione alle guerre di USA, entità sionista di Israele e UE.

Tutti questi anni, dalla fondazione della Nato all’indomani della seconda guerra mondiale, sono stati anni di guerre, di saccheggi, di soprusi e provocazioni militari e la presenza di strutture Nato sui territori ha significato maggiore militarizzazione, operazioni sporche, disastro ambientale e coinvolgimento diretto nella strategia della tensione utilizzata dallo Stato Italiano per reprimere e controllare il movimento di classe e rivoluzionario. La Nato, sotto la guida USA, è complice oggi dell’aggressione contro la Repubblica Islamica dell’Iran; complice del genocidio ed ecocidio in Palestina, dell’aggressione al Venezuela, del criminale embargo che sta strangolando Cuba. L’espansione della NATO a Est iniziata dopo il 1991 in seguito alla fine dell’URSS, ha ricercato ed ottenuto l’adesione di diverse nazioni in precedenza appartenenti al Patto di Varsavia, con l’obbiettivo di accerchiamento della Federazione Russa è uno dei fattori che hanno provocato l’attuale guerra in Donbass/Ucraina.

La continua corsa al riarmo di tutti i paesi UE e di quelli aderenti alla Nato diventa imprescindibile ed obbliga i singoli paesi ad investire almeno il 2% del PIL. Al vertice NATO del 2025 all’Aia, le nazioni aderenti si sono impegnate a investire il 5% del Prodotto Interno Lordo (PIL) annuo in requisiti fondamentali per la difesa e spese relative alla difesa e alla sicurezza entro il 2035. Nelle attuali guerre della crisi dell’ordine mondiale la Nato, organismo politico-militare, svolge un ruolo centrale nella definizione di un Nuovo Ordine Mondiale che i paesi imperialisti cercano di ridefinire. In una profonda crisi di sovrapproduzione di capitale e di difficoltà alla sua valorizzazione la tendenza alla guerra, la sua necessità, diventano  elementi caratterizzanti e centrali nel modo di produzione capitalistico. L’imperialismo USA, con un asse diretto con l’entità sionista di Israele, sta imponendo un accellerazione verso un ampliamento della guerra su un piano mondiale ed in questo, anche attraverso l’organismo politico-militare della Nato, coinvolge attivamente il polo imperialista UE e tutti i paese aderenti come l’Italia. L’approccio dello Stato Italiano è di piena condivisione di una NATO pronta ad affrontare le sfide globali, le direzioni strategiche ed a partire dall’aumento degli investimenti nel settore della difesa, nella maggiore integrazione industriale e nel sostegno a programmi congiunti di ricerca e sviluppo di contribuire al rafforzamento della capacità di “difesa europea” e al consolidamento del pilastro europeo della NATO. Questo posizionamento dimostra come il ruolo dell’Italia non sia secondario ma di parte attiva nelle guerre imperialiste in corso. Questo ci permette di affermare che l’Italia è un paese in guerra! “La guerra infatti parte anche da qui: droni e aerei a sostegno dell’aggressione criminale di USA e sionisti contro la Repubblica Islamica dell’Iran partono da Sigonella e sono orientati dal MUOS e dalle antenne NRTF di Niscemi, munizioni e mezzi militari vengono mobilitati da Camp Darby e dalla base USA di Aviano. In generale, c’è uno stato d’allerta su tutte le più importanti basi militari USA e NATO in Italia. (da Coordinamento Nazionale No Nato). Dopo gli USA l’Italia è il 2° paese per presenza di militari schierati nell’area Asiatica/Medio-orientale; militari italiani sono presenti in Kuwait, in Irak, in Quatar, in Bahrein, in Libano etc…. Una scelta di campo determinata dalla necessità di difesa degli interessi strategici delle multinazionali italiane (ENI in testa) e dalla propensione neo-coloniale che caratterizza anche l’Italia e dalla sua collocazione nel campo imperialista.

L’attiva partecipazione alle guerre in corso determina come conseguenza sulla popolazione, sui proletari, un peggioramento progressivo delle condizioni di vita generali. Per la corsa al riarmo vengono sottratti soldi dalla sanità, dall’istruzione, dal welfare. Mentre diventa sempre più difficile per i lavoratori garantirsi un alloggio assistiamo da parte del Governo al taglio di 970 milioni di euro all’edilizia popolare. Il costo dei carburanti, le bollette per l’energia aumentano continuamente mentre i salari sono sempre fermi (in Italia tra i più bassi d’Europa) e non reggono al caro vita. Questa è l’economia di guerra del Governo italiano. All’impoverimento di una grande parte della popolazione, all’aumento delle disuguaglianze corrispondono i grandi profitti per le aziende (e i manager) dell’apparato industriale/militare. Decreti sicurezza (con l’introduzione del fermo preventivo), aumento dei reati e delle pene, sanzioni amministrative, introduzione delle zone rosse, incremento del controllo sociale sono l’altra faccia della politica del Governo Meloni sul fronte interno.

Il 4 aprile sosteniamo le diverse iniziative che si terranno in Italia. Partecipiamo e sosteniamo l’iniziativa di lotta alla base militare di Ghedi (Brescia) punto fondamentale della guerra imperialista in corso e dove sotto comando/controllo USA sono detenute testate nucleari ed il presidio a Milano in Piazza dei Mercanti.
Uniamo queste iniziative contro la Nato per rafforzare il grande movimento che in questi anni si è mobilitato a fianco della Resistenza del popolo Palestinese e che ha espresso con diversi metodi di lotta (dal blocco nei porti e nelle stazioni ferroviarie, all’occupazione delle autostrade, agli scioperi, ai picchetti davanti alle fabbriche di armi, alla Flotilla, ai periodici cortei…..) un’opposizione al Governo Meloni ed alle guerre imperialiste.

Lottare nei nostri territori contro la Nato diventa un messaggio alle forze che lottano nell’area mediterraneo-mediorientale di sostegno nello scontro con l’imperialismo. Un oggettiva convergenza di interessi espressa dalle lotte proletarie nei paesi del centro imperialista con quelle della periferia e dalle forze della Resistenza, dalla Palestina al Libano fino allo Yemen e all’Iran, per favorire una concordanza contro l’imperialismo, nemico comune. Lotte che pongono al centro la possibilità della lotta di classe o di popolo come alternativa alla crisi del sistema capitalistico ed alla tendenza alla guerra imperialista.
Oggi come ieri la Nato, organismo politico-militare, mantiene la propria funzione controrivoluzionaria all’interno dei paesi dell’alleanza e di sede e strumento privilegiato del dominio della catena imperialista a guida USA. NATO significa guerra esterna e guerra interna.
Attorno al lottare oggi contro la NATO e contro la guerra imperialista è possibile costruire un’unità internazionalista con tutti i popoli e tutte le forze della Resistenza che si mobilitano contro l’imperialismo.
Per noi questo significa  mobilitarci nelle scuole, nei posti di lavoro, nei territori.

Sabotiamo l’economia di guerra!
Ritiro delle truppe italiane dal Medio-oriente!
No alla NATO! Chiudiamo le basi USA e NATO!
Costruiamo la Resistenza!

Panetteria Occupata – Via Conte Rosso 20 – Lambrate Milano

4 aprile ore 15 alla base di Ghedi. Appello alla mobilitazione dalle realtà promotrici:

INVITIAMO TUTTE E TUTTI, SINGOLI, REALTÀ ASSOCIATIVE, PARTITI, SINDACATI, COMITATI, CENTRI SOCIALI A DARE L’ADESIONE PER UN GRANDE PRESIDIO DAVANTI ALLA BASE DI GHEDI
SABATO 4 APRILE DALLE ORE 15:00
77 anni di guerre, saccheggi, soprusi e provocazioni militari di ogni tipo, 77 anni di militarizzazione dei territori, di abusi, depistaggi, operazioni sporche, inquinamento ambientale e terrorismo nel nostro paese.
L’esistenza stessa della NATO e delle sue basi in giro per il mondo è un problema di sopravvivenza dell’umanità: l’aggressione di USA e Israele contro l’Iran ne è una dimostrazione, come il genocidio ancora in corso in Palestina, il rapimento illegale del presidente del Venezuela Nicolas Maduro, la corsa al riarmo, l’invio di armi in Ucraina, il criminale strangolamento di Cuba, e non ultima la distruzione del Libano.
L’Italia è complice! Da qui partono armi, droni, aerei che contribuiscono a massacrare popolazioni intere. La base di Ghedi, a pochi chilometri da Brescia, è una base strategica per le operazioni della NATO: ad esempio è stata usata per i bombardamenti su Belgrado nel 1999. Quindi in caso di coinvolgimento più esplicito del nostro paese nella Terza guerra mondiale, è un obiettivo militare primario.
Per questo motivo da più di tre anni è in corso una battaglia per avere i piani di emergenza in caso di incidente o attacco nucleare. Questi piani non sono mai stati forniti dalle autorità competenti e ad oggi risultano inesistenti. La loro è negligenza consapevole e colpevole nei confronti della popolazione civile!
È necessario organizzarsi, fare rete e coordinare tutte le realtà che già oggi lottano contro la guerra, il riarmo dell’UE e della NATO. Spezziamo insieme le catene della collaborazione e partecipazione del nostro paese alle guerre di aggressione USA e NATO. Facciamo del 4 aprile una giornata di mobilitazione generale a partire dalla base di militare di Ghedi.
PERCIÓ ADERIAMO AL PRESIDIO DEL 4 APRILE A GHEDI!
FACCIAMO DEL 4 APRILE, 77° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELLA NATO, UNA GIORNATA DI LOTTA E MOBILITAZIONE CONTRO L’OLOCAUSTO NUCLEARE!
Fermiamo la spirale della Terza guerra mondiale!
Fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia!

Appello per la mobilitazione internazionale del Fronte Antimperialista

La NATO, la più grande organizzazione terroristica al mondo, è attiva dal 4 aprile 1949. È stata fondata dagli Stati Uniti, dal Canada e da dieci paesi dell’Europa occidentale con il pretesto di “difendersi dal sistema socialista”. Fin dalla sua fondazione, questa organizzazione è stata direttamente coinvolta in occupazioni, oppressioni, crimini di guerra, torture, omicidi, povertà, sfruttamento, ingiustizie, operazioni di controguerriglia e ostilità nei confronti dei popoli del mondo.

Ha organizzato embarghi e sanzioni contro paesi indipendenti, costruito prigioni speciali di isolamento per rivoluzionari, progressisti e anti-imperialisti, utilizzato leggi antiterrorismo per mettere a tacere la popolazione e diffuso disinformazione attraverso i media mainstream. Il suo scopo principale è quello di servire l’espansione dell’egemonia statunitense in tutto il mondo.

La NATO è ora diventata una potenza militare globale con 32 Stati membri. La NATO minaccia l’umanità intera.

Come negli anni precedenti, abbiamo assistito ancora una volta all’aggressione della NATO in tutto il mondo.

Il piano di Donald Trump, insieme all’assassino sionista Netanyahu, di attaccare ancora una volta Gaza e trasformarla in una “riviera” per i monopoli e i profitti statunitensi e sionisti continua attraverso l’ulteriore occupazione dei territori palestinesi. L’occupazione della eroica Palestina, che dura da 78 anni, continua.

Il regime fantoccio dell’HTS in Siria, istituito dai paesi USA-UE-NATO come parte del “Progetto Grande Medio Oriente” imperialista, ha compiuto massacri contro il popolo alawita e le forze di opposizione. Continuano i bombardamenti dello Yemen da parte dell’imperialismo statunitense e britannico, insieme a ulteriori attacchi contro la resistenza libanese e palestinese.

In Venezuela hanno rapito il presidente Nicolàs Maduro e Cilia Flores, ucciso pescatori, confiscato petroliere venezuelane e pianificato il saccheggio delle riserve petrolifere venezuelane.

Ci sono continue minacce contro Cuba e l’Iran.

Sono in corso sforzi per espandere le basi della NATO nei paesi dell’Europa orientale e ripetute minacce contro la Cina e la Russia durante i vertici della NATO.

Il curriculum criminale della NATO si allunga di anno in anno.

Per tutti questi motivi, è nostro dovere agire contro la NATO e i suoi collaboratori. Ecco perché abbiamo organizzato azioni in tutto il mondo durante la settimana del 4 aprile contro la NATO. Negli ultimi due anni, nell’ambito della campagna Anti-NATO, migliaia di persone in tutto il mondo hanno risposto al nostro appello. Decine di organizzazioni e individui di vari paesi hanno organizzato azioni davanti alle ambasciate statunitensi, alle istituzioni della NATO e alle basi militari, tra cui Andalusia, Austria, Paesi Baschi, Bielorussia, Belgio, Gran Bretagna, Bulgaria, Danimarca, Donbass, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Olanda, India, Irlanda, Italia, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Russia, Serbia, Spagna, Svizzera e Stati Uniti.

Sappiamo bene che la resistenza dei popoli può fermare i massacri e l’aggressione imperialista. Abbiamo il dovere di unirci e lottare contro l’imperialismo e i suoi collaboratori. Chiediamo la chiusura di tutte le basi USA-NATO utilizzate per attaccare i popoli del mondo.

Chiediamo a tutte le organizzazioni antimperialiste, antifasciste e progressiste, e a tutti i popoli oppressi del mondo, di unirsi alla campagna contro la NATO.

Agite il 4 aprile davanti alle ambasciate statunitensi, alle istituzioni

della NATO o nei centri cittadini. Uniamo tutte le nostre forze

contro il nemico comune dei popoli del mondo: l’imperialismo, il

fascismo e il sionismo.

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22 marzo: presidio al carcere di Opera – no al 41bis

Per una ripresa delle mobilitazioni contro il 41bis e il carcere tutto. Nel mese di maggio verrà decisa la proroga di altri due anni in regime di 41bis per Alfredo Cospito. Rilanciamo la mobilitazione per impedire la continuazione della tortura del 41bis. Mobilitiamoci in solidarietà con tutti i prigionieri rivoluzionari e per i prigionieri palestinesi detenuti in Italia. Nella sezione di 41bis di Opera da decine di anni è detenuto il compagno Marco Mezzasalma, militante delle Brigate Rosse, a cui viene dal 2005 rinnovata la detenzione in regime di 41bis. Rompiamo il silenzio, rompiamo l’isolamento. La sezione 41bis di Opera probabilmente verrà chiusa in un processo di ristrutturazione delle carceri a livelle nazionale dove si applicano forme di detenzione molto restrittive ma i detenuti verranno solo trasferiti in altre carcere dove la loro condizione di tortura verrà reiterata. Riprendiamo la mobilitazione contro il 41bis e contro il sistema carcerario. Sosteniamo e partecipiamo al presidio indetto dall’Assemblea lombarda contro il 41 bis

DOMENICA 22 MARZO ORE 15 al Carcere di Opera

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Hands off

usa/israele
giù le mani da
IRAN
LIBANO
PALESTINA
Al fianco dei popoli che combattono contro la guerra imperialista
Mobilitiamo nei nostri territori
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