
Sabato 20 giugno dalle ore 10:30
- Prigionia politica storica e attuale: con uno sguardo alle lotte carcerarie
- Presentazione appello “rompiamo un tabù”
- Prigionieri e resistenza in Palestina: GPI (Giovani Palestinesi Italia), Samidoun (Palestinian Prisoner Solidarity Network)
- 41 bis, isolamento e mobilitazione per Alfredo Cospito: Cassa antirepressione delle Alpi occidentali e avvocati
- “The SRY-Type isolation prisons and the Resistance” con compagno di Anti-Imperialist Front e IS4PP (International solidarity for political prisoners).
- Ieri come oggi, stessa prigionia, stesse ragioni: Intervento di un compagno di Pisa
- Memoria e resistenza: CPA Firenze
Pausa
- Le realtà di movimento parlano delle lotte odierne: solidarietà, prospettive. Dibattito e riflessioni
- Si.Cobas: diritto di sciopero nell’economia di guerra
- Collettivo Antudo: prospettive di lotta e repressione del dissenso in tempi di guerra
- Calp di Genova: la guerra comincia qui. La lotta dei portuali contro la guerra
- Ultima generazione: mobilitazioni contro guerra e riarmo
- Rete liberi e libere di lottare: stato di guerra e polizia
A seguire, altri interventi
Perù, 19 giugno 1986: in risposta alle rivolte dei prigionieri e alle lotte contro le condizioni di vita e le politiche neoliberiste di Alan Garcia, nelle carceri, si abbatté una feroce repressione che provocò l’assassinio di quasi 300 compagni. Questa giornata, che ha assunto nel corso del tempo, a livello internazionale, un valore simbolico, ricordata come il giorno del massacro di El Fronton, e Lurigancho, è dedicata ai rivoluzionari prigionieri nel mondo.
Scegliamo questa data, per valorizzarne il carattere internazionale e perché la resistenza dei prigionieri si colloca, nello scontro che oppone sfruttati e sfruttatori, oppressi ed oppressori, all’interno di un movimento complessivo rivoluzionario e di classe.
Ricordiamo la lotta dei rivoluzionari irlandesi nelle carceri di massima sicurezza contro il blocco H; la lotta dei compagni della Raf nel carcere di Stammheim e il loro assassinio che provocò, negli anni ‘70 un forte movimento di solidarietà, con importanti proteste anche nelle piazze italiane; la feroce repressione in Italia nei confronti delle mobilitazioni a fianco dei prigionieri contro i “braccetti della morte” dove erano rinchiusi i prigionieri delle formazioni guerrigliere; le rivolte nelle carceri americane nel contesto del movimento afro-americano e contro la guerra …; l’armata rossa giapponese che ha combattuto a fianco dei palestinesi per la liberazione dei prigionieri …; le lotte nelle carceri Turche contro le celle F e l’isolamento; e, la significativa esperienza dei prigionieri nelle carceri israeliane e in occidente in generale, unito al movimento di solidarietà sviluppato intorno ad esso, che ci dice che i prigionieri, la prigionia politica non può essere separata dalla resistenza: decontestualizzarla significa svuotarla e dunque servire il nemico.
Siamo di fronte ad un sistema in crisi dalle sue fondamenta, l’espansione e pervasività dei processi di guerra, la continua ricerca di soluzioni autoritarie che va producendo un inasprimento delle condizioni sociali e la liquidazione delle conquiste frutto delle lotte passate, che tende a colpire con sempre maggior forza movimenti ed attivisti politici, che mira a soffocare le lotte di resistenza e di liberazione, con l’obiettivo di impedire che le contraddizioni sociali, il malcontento, il conflitto, si diano una espressione politica organizzata. È in questo contesto che si inserisce la guerra che viene condotta alla memoria delle lotte degli anni ’70 ed è nel contesto di questa guerra che possiamo comprendere il silenziamento, annientamento dei rivoluzionari prigionieri.
Parliamo dei compagni a cui si fa riferimento nell’appello “rompiamo un tabù”, che da oltre 40 anni fanno fronte a dure condizioni di detenzione e ad una carcerazione infinita, di altri tre da oltre 20 anni sottoposti al regime di massimo isolamento 41 bis e da 4 anni un altro compagno, per parlare a tutti quei compagni/e che transitano nelle galere in regimi ad alta sicurezza, ai giovani e a tutto il movimento che oggi sta affrontando non solo una campagna fortemente repressiva a colpi di decreti e disegni di legge, ma anche un attacco ideologico, massmediatico, di strumentalizzazione ed inquinamento dei contenuti e retorica sulla legalità borghese.
Le ragioni al centro di questo attacco che colpisce da chi aiuta i migranti in mare alle lotte della logistica, al movimento ambientalista e antifascista a chi solidarizza con la lotta del popolo e della resistenza palestinese, vanno ricercate nella necessità dello Stato di pacificare, controllare ed omologare la società, impedendo preventivamente che i movimenti possano unirsi in una spinta collettiva, costruire una progettualità, una prospettiva di trasformazione rivoluzionaria e lavorando affinché siano sempre più frammentati, divisi, isolati, costretti, ogni volta, a ricominciare da zero.
Questo incontro vuole essere un contributo, per trovare forme e continuità a questa riflessione per collegarla concretamente alle lotte sociali e ai suoi movimenti, per sostenerne il carattere internazionale e antimperialista.
Un contributo anche per ribaltare lo sguardo di diffidenza, paura, isolamento e sconfitta che soffoca le lotte ed impedisce di fare i conti con una storia che ci appartiene in tutte le sue espressioni: questi prigionieri, così come i prigionieri dei movimenti odierni, espressione di esperienze importanti e anche coraggiose, devono far parte della nostra lotta, devono essere difesi e sostenuti.
Nessuno si salva da solo, Insieme possiamo tutto.