QUESTION NUMBER 1

Abbiamo nei giorni scorsi ricevuto dalla Grecia alcune domande sulla situazione italiana e sulle riflessioni che si stanno facendo sulla crisi sanitaria in corso e proviamo a rispondere alla prima di queste questioni:

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QUESTION NUMBER 1:

Nel momento in cui il mondo intero si trova dinanzi ad una crisi sanitaria dovuta alla pandemia e con misure restrittive mai finora applicate in tempi di “pace”, l’Italia ed in particolare la Lombardia  risulta come uno dei paesi e delle regioni piu’ duramente colpite dal virus Covid-19. Secondo voi, esistono motivi particolari per il fatto che l’ Italia ed in particolare la Lombardia detiene il triste primato in Europa per quanto riguarda la lista nera dei casi accertati e dei morti da questa pandemia? Potete riferire qualcosa riguardante lo stato d’ emergenza, le misure restrittive, le ripercussioni nella realtà sociale e la vita quotidiana del paese e della vostra città, durante questo ultimo mese?

Intorno al 20 febbraio si scopre il primo caso di coronavirus a Codogno (comune in provincia di Lodi), il 22 febbraio si contavano già 220 contagi in Lombardia e sebbene venisse delimitata e chiusa la prima zona rossa del lodigiano, politici e governatori dichiaravano che le città non si sarebbero fermate, noto a Milano è l’aperitivo sui navigli con il sindaco Sala e il segretario del partito democratico Zingaretti, accompagnato dallo slogan: “Milano non si ferma”.  In pochi giorni hanno dovuto rimangiarsi ogni parola.

Oggi 6 aprile i contagi in Italia sono arrivati a 132.547, di questi il 40% in Lombardia, i decessi a 16.523 di cui il 50% in Lombardia.  Dati diffusi quotidianamente dalla protezione civile, numeri che impressionano e che giorno dopo giorno hanno prodotto una serie di provvedimenti restrittivi che hanno da subito reso inaccessibile ogni spazio di socialità, di formazione e ogni luogo ricreativo o culturale. Misure che hanno sospeso la libertà di movimento delle persone, hanno vietato manifestazioni pubbliche ed assembramenti, scioperi e diffuso una capillare militarizzazione del territorio.

Questi provvedimenti sono stati accompagnati da veri e propri bombardamenti mediatici, diffusione del panico, criminalizzazione di chi esce da casa “senza giustificato motivo”, inasprimento delle sanzioni per chi non segue le direttive del Governo; il tutto condito da una retorica patriottica che vorrebbe farci sentire tutti uniti e responsabili nel combattere questa epidemia.

Di fronte alle immagini dei reparti di terapia intensiva degli ospedali congestionati dall’ingresso quotidiano di malati gravi, dalla carenza di personale e dalla mancanza di strutture adeguate, non c’è stata alcuna ammissione di responsabilità da parte del governo e di tutti i governi che hanno portato avanti le politiche sanitarie in questi ultimi decenni favorendo la sanità privata e tagliando ingenti fondi (37 miliardi dal 2010) a quella pubblica. Sono stati chiusi 759 reparti ospedalieri, tagliati 40.000 posti letto negli ultimi 15 anni e chiusi 115 ospedali tra il 2010 e il 2017.  L’epidemia ha trovato quindi una sanità già allo stremo e in emergenza da anni. La sanità pubblica In mano alle Regioni, con gli ingenti finanziamenti da amministrare ha favorito la corruzione e la sanità privata dove in Lombardia è arrivata ad assorbire il 40% della spesa sanitaria e che si è rivelata totalmente assente in questa emergenza, perché come qualsiasi azienda privata investe per fare profitti e preferisce non avere i pronti soccorsi, dipartimenti d’emergenza, rianimazioni perché si guadagna poco. 

In Lombardia dagli anni 90 ad oggi sono stati tagliati quasi il 50% di posti letto nel servizio sanitario pubblico. In una sistema sotto finanziato un’emergenza come quella che stiamo vivendo ha messo in crisi l’intero sistema.

Mentre gli operatori sanitari vengono ora osannati, applauditi e considerati i nuovi eroi da uno Stato che fedele al modello neoliberista ha sempre più scaricato i costi sociali sulla collettività, la percentuale dei contagiati tra loro sale e oggi si attesta intorno al 10/11%, in alcune residenze per anziani arriviamo al 20%, anche i decessi (87 ad oggi)  sono in continua crescita e mentre si costruiscono ospedali d’emergenza, il personale sanitario è ancora privo di dispositivi di sicurezza individuali, mascherine, guanti e tute di protezione e dato ancora più grave, non vengono sottoposti ai tamponi,  mettendo così a rischio la loro salute e quella delle  persone che vivono con loro .

Altro dato particolare della Lombardia   e dell’Italia in generale è l’alto numero di persone over 65 e il basso indice di natalità, in un sistema sanitario sempre più centralizzato, molti anziani sono deceduti nelle loro case o nelle residenze per anziani, spesso privati da qualsiasi tipo di assistenza e cura, dovuta anche questa al taglio di presidi medici territoriali. Così come le persone maggiormente fragili per patologie pregresse si sono infettate e hanno perso la vita proprio negli ospedali diventati veri e propri focolai di Covid 19.   E le patologie che nella nostra regione sono sempre più diffuse sono proprio quelle respiratorie, scientificamente accertate e spiegate come conseguenza dell’alto livello di inquinamento, contro cui però la logica del profitto non si piega.

Mentre si diffondeva questo clima di allarmismo e coercizione, molte aziende rimanevano però aperte e molte di queste sono appunto concentrate nelle aree cosiddette “rosse”, Brescia e Bergamo epicentro dell’epidemia, dove si contano la metà dei contagi in Lombardia. Lo spostamento di migliaia di lavoratori e la mancanza di dispositivi di sicurezza per la loro protezione, hanno fortemente inciso sulle cause della rapida diffusione del contagio in queste aree. E non solo in Lombardia, considerando che nel Piemonte e nell’Emilia Romagna, anch’esse aree altamente produttive, i contagi non accennano a diminuire.

Una quarantena preventiva che vale per tutti, ma non per i milioni di lavoratori dipendenti obbligati ogni giorno dai padroni a stare 8, 10, 12 ore ammassati a centinaia in fabbriche, magazzini, cantieri e negozi, senza alcuna tutela e senza la possibilità di vedersi garantite le misure minime di salvaguardia dai contagi.

L’ultimo decreto del Presidente del consiglio  Conte che avrebbe dovuto sancire la chiusura di tutte le attività produttive non necessarie, sotto  pressione di Confindustria, ha lasciato ampi margine di manovra ad aziende nei settori chimico, tessile e manifatturiero… affinché proseguano le loro attività,  pur non necessarie  in questa fase,  mediante autocertificazioni che non verranno mai verificate così come nessuna sanzione verrà fatta alle aziende che non rispettano le norme di sicurezza per i lavoratori.  Solo a Bergamo 1800 aziende hanno già chiesto deroghe al decreto, a Brescia ad oggi 2980. E non si ferma l’industria bellica dove a Cameri in provincia di Novara continuano ad essere assemblati e prodotti i cacciabombardieri F35 e per assicurare questa produzione centinaia di lavoratori rischiano di ammalarsi; o alla  RWM di Domusnovas in Sardegna che non si arresta il programma di espansione dello stabilimento per poter raddoppiare la produzione di ordigni bellici (bombe di aereo della serie MK ed esplosivo PBX) come se niente stesse accadendo.

Le ripercussioni nella vita sociale in un contesto di profonda crisi economica, cominciano ad essere pesanti e vissute in una sorta di silenzioso isolamento. Le famiglie si ritrovano ad avere un carico maggiore di lavoro perché mentre lavorano o non possono lavorare e produrre reddito, devono occuparsi dei figli, seguirli nella loro didattica, seguire code interminabili per fare la spesa, proteggere gli anziani rinunciando all’aiuto delle badanti, vivere tensioni che se prima venivano stemperate dalle ore passate fuori casa ora vengono compresse in spazi angusti e sovraffollati. Poi ci sono le persone sole, tagliate fuori da ogni relazione affettiva e relazionale, rese fragili da un clima di paura e solitudine. I bambini, di cui non si parla e i cui effetti di questa situazione forse li capiremo solo più avanti.  La sensazione diffusa è quella di vivere una dimensione sospesa, dove trova spazio la solidarietà ma anche la paura dell’altro, la speranza che tutto questo finisca e la consapevolezza che la crisi economica sarà devastante. In particolare nelle regioni del sud dove il processo di impoverimento sta già riguardando milioni di donne e uomini che lavorano in nero e il cui reddito si basa su entrate giornaliere e dove la disoccupazione era già intorno al 40%.

L’impronta classista e discriminante è evidente in ogni scelta che il Governo sta portando avanti, impone condizioni che non sono praticabili per una fetta ampia della popolazione, dalla didattica a distanza dove una buona parte di studenti è priva dei dispositivi necessari per seguire le lezioni o dove in alcune aree manca la rete che supporti questa modalità, dallo “stare a casa” per famiglie che una casa non ce l’hanno o rischiano di perderla a breve, dall’impossibilità per molte categorie di lavoratori  di accedere agli ammortizzatori sociali, e sono solo alcuni esempi.

Nonostante questo clima di apparente e silente paralisi, le forme di resistenza sul piano politico, sociale e culturale in realtà crescono di giorno in giorno. Dalle assemblee dei lavoratori che non sono disposti ad essere sacrificati in nome del profitto, dagli appelli sul diritto alla casa per organizzare lo sciopero degli affitti, dalle rivendicazioni del personale sanitario ancor più stremato da questa emergenza sanitaria al tentativo di categorie e soggetti prima invisibili di mobilitarsi, auto organizzarsi e rivendicare condizioni lavorative migliori. Forme di resistenza che si sono espresse anche all’interno delle carceri, attraverso differenti forme di rivolta, conclusesi anche con diverse morti tra i detenuti, che rivendicavano dignità e diritto alla salvaguardia della salute e la necessità di un indulto ed amnistia.

Nascono le brigate volontarie per l’emergenza dislocate in tutte le zone di Milano che supportano le persone sole o in difficoltà nel gestire quotidianamente le loro necessità, aumentano le collette alimentari e i gesti individuali e collettivi di solidarietà. Nonostante le reali ed evidenti difficoltà a spostarsi e vedersi, si cerca di proseguire il lavoro, si stanno sperimentando modi diversi per incontrarsi, discutere, elaborare, riflettere e socializzare materiali e proposte.

Panetteria Occupata – Milano, 8 aprile 2020

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