11 aprile: da Parigi Conferenza Prigionieri Politici

Contributo alla Conferenza di Parigi di Sabato 11 aprile 2026 sui Prigionieri Politici

La situazione dei prigionieri rivoluzionari e la critica all’isolamento e la differenziazione.

Negli ultimi 50-60 anni, numerose crisi economiche si sono succedute, rivelando sempre più il loro carattere non temporaneo ma strutturale del capitalismo e i limiti invalicabili nel garantirsi il processo di accumulazione.

La borghesia in Italia,  per  evitare le conseguenze  politiche  e sociali che portavano con sé e prolungare artificiosamente il processo di accumulazione e le contraddizioni connaturate al rapporto di produzione capitalistico,  ha risposto,  intervenendo a più livelli e  mettendo in campo importanti riforme strutturali nel mondo del lavoro e welfare (e a sostegno alle imprese);  riorganizzando l’apparato statale a favore di una espansione del potere dell’esecutivo;  trasformando lo Stato sociale in Stato penale; intervenendo sistematicamente ideologicamente e affinando lo strumento repressivo, in modo sempre più ampio, forte e aggressivo.

Le conseguenze per la classe, hanno riguardato ogni aspetto della vita.

in campo lavorativo:

  • forti ristrutturazioni nell’organizzazione del mondo del lavoro, un aumento sempre maggiore dello sfruttamento, abbassamento del costo del lavoro con un irrigidimento dei salari, una crescente parcellizzazione ed individualizzazione del rapporto lavorativo, precarietà diffusa, differenziazione salariale basata su produttività e competenze

a livello sociale (welfare):

  • privatizzazione e aziendalizzazione della sanità, con conseguente impossibilità per i ceti popolari di usufruire di un sistema sanitario, di accesso alla cura e prevenzione e diminuzione delle possibilità di assistenza, in particolar modo, per le persone più fragili ed immigrate;
  • un sistema scolastico che, a suon di riforme dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico , introducendo l’autonomia scolastica; la personalizzazione dei percorsi; tagli di spesa; potenziamento del ruolo dirigenziale e alternanza scuola-lavoro (buono scuola), spacciato come formazione, diventato successivamente Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento), cioè forza lavoro minorile gratuita, costata la vita a decine di studenti anche minorenni e decine di migliaia di infortuni); rimodulato gli istituti tecnici e professionali (mano d’opera funzionale e duttile ad un mercato precario),  svela la sua natura sempre più classista ed ideologica. Un sistema scolastico aziendale, gerarchizzato, differenziato su scala nazionale, basato su competitività, merito e privatizzazione maggiore.  Una scuola sempre più onerosa per le famiglie proletarie, su cui grava il peso del suo sostentamento.
  • Un costante processo di svendita, privatizzazione e compartecipazione tra pubblico/privato del patrimonio immobiliare di edilizia popolare; blocco dell’edilizia popolare a favore di processi ed investimenti speculativi e finanziari ad opera di grandi gruppi immobiliari con il conseguente aumento degli affitti a prezzi di mercato, inaccessibili ai ceti proletari;

a livello ideologico:

  • si assiste ad un martellamento ideologico in cui Lo Stato persegue uno scopo diretto e preventivo per proporre come “migliore dei mondi possibili”, il feticcio della democrazia occidentale, la fede nel capitalismo e l’illusione dei diritti di cittadinanza.
  • Attraverso la creazione di un allarme sociale (l’emergenzialità) su un presunto pericolo per lo Stato “democratico” e in nome della “sicurezza”, identifica i nemici di turno, a seconda del periodo storico e della situazione sociale e attraverso lo strumento dei media cerca di orientare l’opinione pubblica verso un consenso generalizzato al sistema di “valori” e alle ragioni dello Stato borghese, cercando di farla diventare, di fatto, sua espressione.  Si cerca di istituzionalizzare e sdoganare il consenso alla “normalità” dell’emergenza, favorendo conseguentemente, quel processo di centralizzazione delle funzioni di comando che permette all’esecutivo di avocare a sé poteri decisionali straordinari in tutti i campi sociali.

Si tenta di imporre un principio di “legalità” (quella borghese! ),  i margini e gli spazi del conflitto e di agibilità politica (elezioni, contrattazioni blindate, spazi, tempi e modi consentiti in cui il conflitto si può esprimere! ), e di pensiero (il linea con le ragioni dello Stato!), con la  finalità di annullare e mortificare qualsiasi pensiero critico, velleità di cambiamento sociale, esperienza di lotta conflittuale e progettuale, distruggendo ogni principio di solidarietà, espressione di classe, attraverso un’operazione di desolidarizzazione e divisione della classe, indirizzando l’odio verso il nemico di turno, verso i “cattivi”; la messa al bando  della violenza come strumento che la classe storicamente ha utilizzato per cambiare lo stato di cose (monopolio, invece, della borghesia!), la cancellazione e strumentalizzazione della memoria del movimento di classe e rivoluzionario, che si è espresso a cavallo fine anni 60’ e ’70.

  • A livello repressivo:

il mantra dell’emergenzialità, è il filo conduttore delle politiche repressive di questi ultimi decenni che hanno dettato le conseguenti modifiche legislative e penitenziarie che si sono avvicendate. Uno strumento che, con l’acuirsi della crisi e della guerra, è diventato, sempre più, fondamento della governance di ogni governo, per poter attuare i piani di ristrutturazione necessari al capitale per la propria sopravvivenza.

La natura “limitata e circoscritta dell’emergenzialità” e lo stato di eccezione, si palesa per quello che è realmente: norma con cui regolare le contraddizioni sociali in tutti i campi: lavorativo, sociale, abitativo, sanitario, giovanile.

Sull’onda dell’emergenzialità si predispongono e consolidano sempre nuovi dispositivi carcerari e di segregazione, si allargano le tipologie dei gruppi sociali a cui si fa riferimento e le pene detentive, così come la loro durata.

A seconda del momento storico, della conflittualità della classe, delle esigenze del capitale, cambiano, di volta in volta, i paradigmi e se ne costruiscono di nuovi per motivare e fare accettare uno Stato che si trasforma sempre più in Stato di polizia e non può permettersi che vengano ostacolati i suoi piani, che oggi, impongono, in questo contesto internazionale di crisi e guerra, l’attuazione di un’economia di guerra.

Così, l’emergenza negli anni ’70,  viene  raccontata, come necessità contro quello che lo Stato definisce “terrorismo”, rappresentato dalle formazioni armate in Italia e in risposta alle continue rivolte di massa, evasioni o tentativi di evasione dalle carceri organizzate e frutto dell’unione nella lotta fra detenuti comuni e prigionieri politici appartenenti soprattutto alle formazioni combattenti;  in seguito, come risposta alle politiche di contrasto alle organizzazioni criminali di stampo mafioso; dopo l’attentato alle torri gemelli, negli USA del 2001, alla lotta al terrorismo internazionale, con la caccia all’islamico.

I dispositivi messi in campo a metà degli anni 70, con la nuova riforma penitenziaria, furono l’istituzione nel ’77 delle carceri speciali (le supercarceri) direttamente controllate dai carabinieri (dirette dal generale Dalla Chiesa), a cui, anni dopo, si aggiunse la formazione dei famigerati “braccetti della Morte”, sezioni di massimo isolamento e nell’ ’82 l’applicazione dell’art. 90 della riforma carceraria che prevede, per motivi di “sicurezza”,  la sospensione di tutti i diritti garantiti dalla stessa legge.

Ed è nell’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario del 1975, convertito in legge che vanno ricercate le radici del 41 bis (carcere duro), e della sua applicazione nel 1992, come risposta alle stragi di mafia ed esteso successivamente ai reati di “terrorismo” politico.  Rinnovato per 10 anni, fino alla sua definitiva stabilizzazione ed inasprimento nel sistema penitenziario nel 2002 (governo Berlusconi). Da 23 anni sono 3 i prigionieri delle BR-PCC sottoposti a questo regime carcerario, e, dal 2022, anche l’anarchico Alfredo Cospito.

Negli anni si susseguono a suon di decreti e proposte di legge, pacchetti sicurezza che permettono:

  •  la militarizzazione dei territori attraverso l’utilizzo di sistemi di sorveglianza e la presenza dell’esercito nelle strade;
  • la “gestione” dell’immigrazione, introducendo l’istituzione della detenzione amministrativa e di veri e propri campi di concentramento, dove anche i diritti più elementari presenti nel sistema carcerario non esistono; misure sempre più restrittive sull’immigrazione che limitano le richieste di protezione speciale, inasprimento delle pene per gli “scafisti”, velocizzazione delle espulsioni, estensione dei trattenimenti nei Centri (hotspot) e giro di vite sui permessi di soggiorno. Misure che provocheranno negli anni molti morti, feriti, malattie e forti proteste e repressione all’interno dei CPR.
  • Come risposta alla povertà e al disagio giovanile, si vara un pacchetto di misure urgenti (poi diventate legge) contro la criminalità minorile, la dispersione scolastica che prevedono fino a 2 anni di carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola, l’arresto in flagranza per spaccio, l’ammonimento già dai 12 anni, il Daspo urbano per i minori dai 12 ai 18 anni, il divieto di uso di smartphone per minori sotto i 14 anni.
  • Fino ad arrivare ai recenti decreti e disegni di legge approvati del 2024-25 e a marzo 2026 , in cui si Introducono nuovi reati penali come occupazione di immobile che prevede pene anche per chi solidarizza con esso; resistenza passiva in carcere e/o nei Cpr;  restrizioni per chi manifesta (il blocco stradale diventa reato),  si rafforzano i poteri delle forze dell’ordine e si stabiliscono procedure per il fermo preventivo fino a 12 ore; si fissano nuove regole per i daspo, l’ estensione delle zone rosse con il divieto di  accesso a persone “pericolose”;  si limita la possibilità dei ricongiungimenti familiari e le richieste di asilo per gli immigrati e si allarga il ventaglio dei paesi cosiddetti “sicuri” per l’ espatrio degli “irregolari”; si inasprisco le pene per borseggi e prevedono ulteriori norme punitive contro le baby gang. E, abbracciando le linee guida dell’IHRA, si equipara l’antisemitismo all’antisionismo. Automaticamente, si adatta il quadro normativo con norme punitive e diventa antisemitismo qualunque critica e denuncia allo “stato” di Israele e ai suoi crimini; si impone la delazione da parte dei docenti, e sanzioni a loro carico in caso trattino in chiave critica l’occupazione sionista della Palestina; si  prevedono “corsi di formazione “iniziali” e di “formazione continua” per lo “studio della cultura ebraica e israeliana” – facendo così dell’ideologia razzista e suprematista del sionismo una verità di stato! “. Si colpisce così ogni forma di solidarietà internazionale. 

Ultimo in ordine cronologico del 2026, l’attacco politico al diritto di sciopero, da parte della Commissione Garanzia, per colpire uno dei sindacati più conflittuali e il settore della logistica che di più ha espresso combattività negli ultimi decenni. Equiparando la logistica ad un servizio pubblico essenziale, si blindano gli scioperi e si limita così la capacità e incisività della lotta.

Oltre all’elemento dell’emergenzialità legato alla sicurezza, di cui si è parlato, altri elementi sorreggono l’impianto delle misure repressive e l’organizzazione penitenziaria adottata dallo Stato nel corso di questi decenni:

  • la differenziazione dei circuiti carcerari (anche su base razziale), e le diverse tipologie di trattamento (Alta Sicurezza, Media Sicurezza, circuiti per i “comuni”, 41 bis) che, a partire dagli anni 70, è stato uno strumento importante messo in atto dallo Stato, per frammentare la popolazione carceraria, spezzare legami di solidarietà e individualizzare il rapporto con l’istituzione carceraria;
  • individualizzazione del rapporto, che è funzionale alla logica di premialità, uno dei pilastri dell’ordinamento penitenziario e regge sulla presunta rieducazione del detenuto (partecipazione attiva al percorso educativo e condotta regolare), in cambio di benefici di legge (misure alternative, depenalizzazione del reato, permessi premio, liberazione anticipata, lavoro esterno, semilibertà). Ravvedimento, che comporta, soprattutto nel caso della detenzione politica, abiura, pentitismo, dissociazione, rinuncia alla propria identità;
  • parallelamente al potenziamento nello Stato del potere dell’esecutivo, il carattere sempre più strutturale e sistemico che i dispositivi repressivi hanno assunto, abbracciano ogni sfera sociale (la salute, la casa, il lavoro, l’ambiente), e componente: giovani, immigrati, lavoratori, occupanti di case, ambientalisti, pacifisti;

Caduti i risicati margini di mediazione sociale, oggi lo Stato si esprime solo attraverso una risposta muscolare, spinto dalla necessità vitale di pacificazione e controllo anche preventivo, di fronte all’aumento del conflitto di ampi porzioni di classe che si è espresso, in modo più forte e massificato, dopo il 7 ottobre, con la solidarietà alla resistenza palestinese, contro la politica colonialista e razzista dell’entità sionista israeliana, la complicità e responsabilità del governo italiano e le politiche di guerra e crisi.

  • Il 41 bis, lo sciopero di Alfredo Cospito, la Palestina 

Il 41 bis è la punta più alta del regime carcerario, una vera forma di tortura e di morte sociale, psicologica, umana. Si regge sul completo isolamento sensoriale, (2 ore d’aria con al massimo 3 persone scelte dalla direzione del carcere), la privazione dei contatti esterni (familiari): 1 ora al mese con vetri divisori che impediscono qualsiasi contatto fisico; restrizioni sulla quantità e tipologia dei libri (soggetti all’arbitrio della direzione carceraria); censura anche per la visione di alcuni canali televisivi; difesa solo in videoconferenza, divieto per i difensori di diffondere notizie sulle condizioni dei detenuti.

Nel 2023, l’anarchico Alfredo Cospito, sottoposto al 41 bis a cui è stato applicato un articolo (strage politica) mai applicato neanche per reati di natura stragista, per azioni, per il quale era già stato sanzionato e in cui non ci sono state morti, inizia uno sciopero della fame ad oltranza per denunciare le condizioni detentive in cui sono sottoposti tutti i detenuti in questo regime carcerario e contro l’ergastolo.

Lo sciopero rompe la cappa di silenzio, che per paura e/o introiezione delle ragioni  dello Stato, per decenni ha avvolto i movimenti e la società,  facendo emergere il reale scopo e la vera natura di questo trattamento: attraverso la tortura dell’isolamento totale protratto
nel tempo si punta a colpire non tanto l’atto in sé – il reato – quanto le idee – il soggetto.
Privando l’individuo non solo della libertà, come se questa non fosse già una punizione-
limite, ma isolandolo 24 ore su 24 da qualsiasi forma di relazione, affettività, bisogno
primario di socialità e di conoscenza (letture, informazione), si cerca di piegarne l’identità,
di costringere il prigioniero al pentitismo e/o a denunciare altri da mandare al proprio
posto
(unico modo per uscire da questo regime carcerario). È una forma di tortura legalizzata ed istituzionalizza di “messa a morte in vita”,
così come si prefigura, nella sua essenza, anche l’ergastolo
(fine pena mai!).

L’attenzione che si è creata intorno alla vicenda Cospito che ha dato luogo a assemblee, dibattiti, articoli di giornale, trasmissioni, manifestazioni, presidi, favorisce una riflessione e un confronto sulla carcerazione politica di lunga durata (16 compagni delle Br da più di 40 anni in carcere) e in generale sul carcere e sulla sua funzione all’interno del quadro di crisi e guerra in corso.

7 ottobre: Palestina

Quanto è accaduto dopo il 7 ottobre in Palestina, ha marcato un prima e un dopo nelle coscienze di molti e ha dato voce ad ampi strati di popolazione, ma soprattutto ad un proletariato giovanile estremamente eterogeneo (egiziani, marocchini, algerini, palestinesi, libanesi, italiani…), proveniente prevalentemente dalle periferie della città, che vive  quotidianamente emarginazione, repressione continua ed controllo nei propri territori, che ha difficoltà a intravedere un futuro, che sopravvive di lavoro nero o in condizioni di sfruttamento che rasenta lo schiavismo, che ha problemi a trovare una casa,  ad avere un documento ed esprime la stessa rabbia e condizione che si è espressa nelle rivolte delle banlieue parigine o contro l’ingiustizia e il razzismo di Stato negli USA.

La tattica di far accettare e rafforzare il consenso attraverso l’uso dei mass media, mistificando la realtà e imponendo una narrazione in cui il sistema di occupazione delle terre palestinesi, il razzismo e l’apartheid israeliano è il risultato del perenne tentativo di “difendersi dagli attacchi” del popolo Palestinese, man mano ha perso forza e credibilità; così come la propaganda in cui si sostiene vada bandita ogni forma di violenza, e che equipara la Resistenza a terrorismo.

Diviene sempre più chiara la complicità del governo italiano nel genocidio del popolo palestinese, non solo perché fornisce armi, logistica, basi, ma perché ne condivide in buona parte l’ideologia e adatta il quadro normativo legislativo (come si è visto con l’equiparazione antisemitismo=antisionismo) con norme punitive, per imporne l’accettazione.

Se analizziamo la questione carceraria in Israele vediamo che molte sono le similitudini con l’Italia, come “l’eccezionalismo” israeliano sia una eccezionalismo che riguarda tutti gli stati occidentali, Italia in primis.

Nel 1979 viene istituito nelle carceri israeliane un circuito speciale per i prigionieri palestinesi (molto simile a quelle che si sono formate in Italia a metà degli anni ’70) e nel 2022 (prima del 7 ottobre), il sistema penitenziario si specializza in funzione di annientamento dei prigionieri,  utilizzando la tortura in modo sistematico e sistemico (metodo usato ampiamente negli anni 70 con i prigionieri delle BR), e forme di deprivazione e isolamento dall’esterno, paragonabile a quello che è in vigore, dal 1992, in Italia, al 41 bis.

La detenzione amministrativa operante da sempre in Israele (ereditata dal mandato britannico), contro i palestinesi (i nemici da annientare), è stata adottata in Italia contro gli immigrati senza documenti che vengono rinchiusi in quei lager che sono i CPR, sottintendendo che rappresentano anch’essi un nemico esterno da combattere. Così come il muro eretto da Israele nei territori palestinesi è lo stesso muro ideologico e reale, rappresentato dalla chiusura e militarizzazione delle frontiere per gli immigrati.

Se si analizza poi la situazione dei detenuti comuni nelle carceri italiane, dove la presenza di una popolazione detenuta immigrata è sempre più alta, vediamo che malnutrizione, sovraffollamento, mancanza di igiene e di cure sanitarie, maltrattamenti, minacce e veri e propri pestaggi, sono pressoché all’ordine del giorno e  rappresentano la condizione quotidiana, il sistema, in cui sono costretti a vivere, condizioni che non sono molto dissimili da quelle a cui sono sottoposti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. La povertà, il disagio rappresenta un pericolo e come tale è un nemico da combattere: nelle carceri, umiliando e annichilendo corpi e menti, nelle metropoli, nascondendone la presenza.

L’utilizzo in Italia dell’ergastolo ostativo e non, quindi del fine pena mai (a cui sono sottoposti anche dagli anni ’80 i prigionieri delle BR) è una forma di morte lenta, che regge sull’ipocrisia delle democrazie occidentali che si cela dietro la falsa tutela dei diritti umani, la salvaguardia del diritto alla vita e alla dignità umana e il rifiuto di commettere omicidi di Stato. Omicidi che lo Stato commette impunemente dentro le carceri e i centri di detenzione per immigrati (Modena…….) , nelle strade (Ramy….); dignità che calpesta quotidianamente, sfrattando donne, anziani, bambini, uomini, emarginando la povertà ; ledendo il diritto alla cura, all’assistenza, all’istruzione, condannando ad una vita di sfruttamento e salari da fame.

Israele, non ha bisogno di nascondersi dietro nessun velo, ha sempre mostrato la sua vera faccia e festeggia ora l’approvazione della pena di morte per i palestinesi, chiudendo così il cerchio:pulizia etnica e occupazione

Quello che viene attuato è un continuo processo di disumanizzazione del nemico che in quanto tale, va annientato, umiliato o relegato ai margini della società. Allo stesso modo va distrutta la sua storia, la sua memoria. Israele lo sta facendo non solo uccidendo donne, uomini, bambini, ma anche radendo al suolo i luoghi, i simboli, la terra dei palestinesi in modo che non ne rimanga ricordo e con essa, anche memoria della sua cultura, tradizioni, resistenza anticoloniale e di liberazione. Lo fa narrando un’altra verità, quella dell’oppressore, così come in Italia, lo Stato cerca di cancellare quel ciclo di lotte che si espresse in modi e forme diverse negli anni ’70 e che parlavano di lotta di classe, di emancipazione dal dominio capitalista/imperialista, di rivoluzione e per cui, ancora oggi diversi compagni e compagne sono ancora in carcere in alta sicurezza e 3 sono sottoposti alla tortura del 41 bis.

  • Rompiamo un tabù

Dal dopoguerra agli anni ’60, furono anni di lacrime e sangue per il proletariato italiano: salari bassi, orari e ritmi massacranti, condizioni di lavoro durissime, controllo in fabbrica (valletta-Fiat), una scuola autoritaria e classista, istituzioni totali (carceri, manicomi) veri lager e nelle strade, alle manifestazioni, operai, studenti, braccianti, disoccupati, uccisi per mano della polizia o dei fascisti al loro servizio. Anni di stragi e di strategia della tensione ad opera dello Stato e per mano della manovalanza fascista.  In questa realtà sociale e politica, si sviluppò in Italia un grande movimento di classe che seppe organizzare e costruire una forza e un sapere che mise in discussione i rapporti di potere e dominio esistenti, seppe coniugare le rivendicazioni per la casa, il lavoro, l’istruzione, la salute, la salvaguardia dell’ambiente con una lotta più generale di emancipazione per un cambiamento rivoluzionario dei rapporti capitalistici ed imperialisti e che strappò riforme importanti nella sanità, nelle scuole, università, in difesa dei salari, sui manicomi, nelle fabbriche. 

Un grande movimento che dialettizzò con una parte di esso che si pose il progetto di un cambiamento radicale della società, di un processo rivoluzionario, portando la guerriglia rivoluzionaria nel cuore della metropoli del Centro capitalista. Esperienza, che non fu solo praticata in Italia, ma anche negli USA, Germania, Francia, Spagna, Grecia.

La risposta dello Stato non si fece attendere: una forte repressione si abbatté sulla classe, che si tradusse in oltre 20.000 indagati/e, 6.000 compagni/e in galera, 15.000 anni comminati e 100 ergastoli, per i quali, dopo più di 40 anni, 16 compagni delle Br sono in galera e da 20 anni e più, 3 al 41 bis.

Anni, questi, che vengono rappresentati, ancora oggi attraverso i media, come “anni di piombo”; lo strumento della violenza esercitata da una parte della classe per contrastare e modificare i rapporti di forza e il dominio della borghesia, “terrorismo”; i compagni che la esercitarono come corpi esterni, estranei alla classe e lo Stato come unico difensore dell’”ordine”, unico e indiscutibile ordine possibile, quello borghese, capitalista.

Sono molti i tabù da rompere:

  • la mistificazione esercitata sulla memoria di quell’importante ciclo ed esperienza di lotta in cui si respirava aria di rivoluzione, voglia di comunismo nella sua espressione più nobile: una società libera dalle forme di dominio politico, economico, culturale, su cui regge il capitalismo e l’imperialismo, verso un progetto di costruzione di una società libera dallo sfruttamento, dal razzismo, dall’assoggettamento culturale, politico, sociale. Una società, come diceva Sankara, di uomini integri.

Mistificazione il cui scopo è demolire quanto di positivo e importante anche per l’oggi, la classe, nel suo insieme, in quella fase storica, abbia prodotto in termini di emancipazione, coscienza, organizzazione e contropotere;

distruggere le ragioni di quelle lotte, le cui radici erano da cercare nelle contraddizioni del sistema capitalistico, le stesse che oggi, con la globalizzazione, la fase di profonda crisi e di guerra, sono diventate ancora più acute e forti.

Allo stesso tempo, questa operazione di falsificare la memoria da parte del potere (strumento ideologico, utilizzato ampiamente anche nella situazione attuale per contrastare le lotte), è funzionale ad impedire ogni idea di rivolta, distruggere la speranza, la fiducia e la possibilità che, per le classi subalterne, un cambiamento ed emancipazione sociale sia possibile.

  • la decontestualizzazione di questi prigionieri, che lo Stato rappresenta come corpi esterni ed estranei ad un contesto socio-politico, fuori dalla nostra classe, come “terroristi”, violenti. Utilizzati, ieri, come oggi, ideologicamente e strumentalmente, per addebitare la responsabilità -ed accelerare, sotto la parola d’ordine dell’emergenzialità – nuove misure repressive e riforme carcerarie già nei piani dello Stato in risposta alle lotte in atto e preventivamente (si veda le dichiarazioni in occasione in p.m riferite alle mobilitazioni a sostegno della lotta palestinese, del pericolo della ripresa del “terrorismo”, degli “anni di piombo”, dell’”assalto al cielo” …)
  • Il silenzio su questi prigionieri. Un silenzio che è in gran parte, frutto della paura, della difficoltà a parlare di chi il potere etichetta come “terroristi”, concetto che è stato interiorizzato socialmente per anni e da una buona parte del movimento di classe che, per paura della repressione, lo ha accettato.
  • Un silenzio che è frutto della  desolidarizzazione che il potere e le sue istituzioni a tutti i livelli hanno imposto attraverso la parcellizzazione della classe, la gerarchizzazione,  la frammentazione e diversificazione contrattuale, salariale, l’individualizzazione dei rapporti lavorativi, nelle carceri (attraverso i percorsi premiali la dissociazione, il pentitismo, la presa di distanza), con i processi di aziendalizzazione e privatizzazione nelle scuole, nella sanità, la distruzione di reti di solidarietà sociale, territoriali…

Un silenzio che lo Stato ha volutamente mantenuto -se non quando servivano come spauracchio, come pressione e monito verso le lotte o da mostrare in modo muscolare, come trofeo del potere-  perché questi compagni non dovevano esistere nella loro materialità, identità.  Una realtà da nascondere e cancellare.

Rompere questa cappa ideologica e politica, che per quasi 40 anni ha annebbiato i movimenti e la società nel suo insieme, riconoscendo questi compagni come parte integrante, memoria e testimonianza viva di quel movimento di classe e delle sue aspirazioni, e ancor oggi, idealmente, compagni al nostro fianco nelle lotte contro il colonialismo sionista, l’imperialismo USA, il capitalismo, è un passo avanti nell’appropriarsi di una memora e verità storica, che appartiene solo alla classe degli sfruttati; toglie  potere all’ideologia borghese; ristabilisce un principio di solidarietà reale e di appartenenza.

Perché, dopo oltre 40 anni fanno ancora così paura?

Perché resistono. Una resistenza che ha le stesse motivazioni ideali chemuovono i prigionieri palestinesi e la resistenza del popolo gazawi da oltre 70 anni.

40 e passa anni di privazione della libertà, nelle carceri speciali, in sezioni ad alta sicurezza, possono esser sostenuti solo se alla base c’è una forte convinzione che corrisponde a correnti di pensiero profondamente radicate nella storia universale, in più di un secolo di lotta di classe, una lotta che è stata internazionale.

Sono queste convinzioni, che rappresentano l’identità di questi militanti e la loro scelta di vita, a cui lo Stato chiede di rinunciare, mercanteggiando e mercificando il loro pensiero politico in cambio di concessioni. Quello che lo Stato non può sopportare e deve impedire è, che questa lunga resistenza rappresenti idealmente, per le generazioni odierne e le lotte in corso, la forza del sogno, non spento, di rivoluzione, di comunismo e questi compagni, la testimonianza concreta del tentativo di aver provato a realizzarlo.

La paura del potere e il suo rovescio

La paura del potere va ricercata nella situazione di crisi e guerra che si sta vivendo (che si è andata sempre più acuendo dopo il 7 ottobre con l’attacco della Resistenza palestinese contro l’entità sionista, coloniale, razzista di Israele, le responsabilità dell’occidente, Italia in testa e USA,  e l’aggressione contro l’Iran)  che ha  reso necessario per le democrazie rappresentative, darsi strumenti maggiori per controllare e gestire le contraddizioni che la situazione sociale  e politica che questo stato di cose inevitabilmente genera sulle classi subalterne.

Ma soprattutto, che gli strumenti messi in atto, (unicamente autoritari e repressivi, come stiamo vivendo in Italia, nello specifico), siano efficaci ad impedire ogni forma di velleità di cambiamento e di critica a questo sistema socio-economico.

Ogni singola lotta rappresenta, per le democrazie rappresentative, in difficoltà evidente a gestire la crisi e in crisi di rappresentanza, una minaccia perché potrebbe mettere in discussione e svilupparsi in una critica più radicale e progettuale di cambiamento sociale.

Si assiste quindi, ad una repressione crescente e massificata contro i movimenti sociali (lavorativo, giovanile, territoriale, ambientalista, anticapitalista, di solidarietà, antirazzista, di critica al pensiero dominante…) con un incremento delle pene e dei reati (pene non tanto commisurate alla gravità del fatto, ma quanto all’idea che lo sorregge: si punisce, in pratica il pensiero, la valenza politica che il fatto esprime), cercando così di silenziare e pacificare l’esplosione delle contraddizioni esistenti.

È in questa situazione sociale di guerra aperta alle classi subalterne (nemico interno), che la mistificazione della memoria da parte del potere, richiede come passo fondamentale per sancire la propria vittoria, che i prigionieri rinneghino le loro convinzioni, perché protagonisti della parte più organizzata e progettuale dello scontro che si è espresso nella storia della lotta di classe in Italia. “Negando l’esistenza della lotta di classe”, il potere può fingere che il mondo sia ridotto a un’opposizione tra sostenitori delle democrazie liberali e gli altri.  Chiedergli di rinnegare l’idea di un cambiamento rivoluzionario sarebbe come affermare che la democrazia rappresentativa sia l’unica forma attuabile, il capitalismo l’unico modello socio-economico possibile e che la lotta di classe non esiste.  Per la borghesia sarebbe uno strumento ideologico forte da utilizzare strumentalmente per spezzare anche solo l’idea del “sogno” di cambiamento e da usare per dimostrare il fallimento di ogni velleità di trasformazione.

Non si tratta dunque di mitizzare un periodo storico, ma crediamo che attraverso questa chiave di lettura si possa comprendere, oggi più che mai, la necessità di rompere i tabù sul significato di questa prigionia, riconoscendo questi compagni come parte integrante e memoria della lotta di classe che trova riferimento storico nelle lotte di oggi.

Inoltre, la resistenza nelle carceri e nei tribunali-  come quella dei popoli oppressi del mondo arabo dalla Palestina, al Libano e Iran di fronte alle atrocità sioniste, quella dei Prisoner for Palestine in Inghilterra, il processo di Hanan, Ali e Mansur a L’Aquila, gli scioperi della fame contro il 41 bis in Italia e nelle carceri speciali in Turchia, sono il filo rosso di una lotta comune per la liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione. Attorno alla solidarietà ai prigionieri e al sostegno di coloro che sono colpiti dalla repressione è possibile dare continuità ad un’idea di cambiamento e di costruzione di un’unità di classe internazionalista.

Entro il 5 maggio è previsto il rinnovo per altri due anni del 41 bis per Alfredo Cospito ed attorno a questa scadenza si stanno sviluppando numerose iniziative per rompere ancora una volta il silenzio intorno alle detenzioni di isolamento, differenziazione e tortura di cui il circuito carcerario del 41 bis è uno dei perni e per continuare quel percorso di lotta in solidarietà a tutti i prigionieri per la chiusura delle sezioni di 41 bis e contro l’ergastolo.

Nelle carceri italiane, con la risposta repressiva dello Stato portata avanti contro l’ampio movimento di sostegno alla Resistenza Palestinese, sono detenuti nel circuito di Alta Sicurezza, nelle stesse sezioni dei compagni comunisti e anarchici, i prigionieri palestinesi Anan Yaeesh, Ahmad Salem, Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Riyad Al Bustanji e Yaser Elasaly. Presidi fuori dalle carceri, presenze alle udienze nei tribunali, striscioni nei cortei cittadini rilanciano la richiesta di liberazione di tutti i prigionieri e fanno della solidarietà una lotta. La resistenza dei prigionieri vive nelle lotte e va sostenuta e rafforzata.

“ Vogliamo rompere un tabù” per la solidarietà ai prigionieri rivoluzionari

  Aprile ‘26

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11 aprile: Tenda contro la guerra e l’economia di guerra

TENDA CONTRO LA GUERRA E L’ECONOMIA DI GUERRA
SABATO 11 APRILE ORE 10 – 13 IN PIAZZA VIGILI DEL FUOCO LAMBRATE
Lavoro. sanità, casa, scuola e servizi
soldi per i quartieri, non per la guerra
Confrontiamoci, organizziamoci, facciamo rete, mobilitiamoci!

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4 aprile: mobilitazione contro la NATO

SABATO 4 APRILE MOBILITAZIONI CONTRO LA NATO

ORE 15:00 GHEDI (BRESCIA) DAVANTI ALL’AEROBASE MILITARE

ORE 16:00 MILANO Piazza dei Mercanti

Il 4 aprile, 77° anniversario della fondazione della NATO, sarà una giornata di mobilitazione internazionale contro la NATO, per la chiusura di tutte le basi USA e Nato, per un’opposizione alle guerre di USA, entità sionista di Israele e UE.

Tutti questi anni, dalla fondazione della Nato all’indomani della seconda guerra mondiale, sono stati anni di guerre, di saccheggi, di soprusi e provocazioni militari e la presenza di strutture Nato sui territori ha significato maggiore militarizzazione, operazioni sporche, disastro ambientale e coinvolgimento diretto nella strategia della tensione utilizzata dallo Stato Italiano per reprimere e controllare il movimento di classe e rivoluzionario. La Nato, sotto la guida USA, è complice oggi dell’aggressione contro la Repubblica Islamica dell’Iran; complice del genocidio ed ecocidio in Palestina, dell’aggressione al Venezuela, del criminale embargo che sta strangolando Cuba. L’espansione della NATO a Est iniziata dopo il 1991 in seguito alla fine dell’URSS, ha ricercato ed ottenuto l’adesione di diverse nazioni in precedenza appartenenti al Patto di Varsavia, con l’obbiettivo di accerchiamento della Federazione Russa è uno dei fattori che hanno provocato l’attuale guerra in Donbass/Ucraina.

La continua corsa al riarmo di tutti i paesi UE e di quelli aderenti alla Nato diventa imprescindibile ed obbliga i singoli paesi ad investire almeno il 2% del PIL. Al vertice NATO del 2025 all’Aia, le nazioni aderenti si sono impegnate a investire il 5% del Prodotto Interno Lordo (PIL) annuo in requisiti fondamentali per la difesa e spese relative alla difesa e alla sicurezza entro il 2035. Nelle attuali guerre della crisi dell’ordine mondiale la Nato, organismo politico-militare, svolge un ruolo centrale nella definizione di un Nuovo Ordine Mondiale che i paesi imperialisti cercano di ridefinire. In una profonda crisi di sovrapproduzione di capitale e di difficoltà alla sua valorizzazione la tendenza alla guerra, la sua necessità, diventano  elementi caratterizzanti e centrali nel modo di produzione capitalistico. L’imperialismo USA, con un asse diretto con l’entità sionista di Israele, sta imponendo un accellerazione verso un ampliamento della guerra su un piano mondiale ed in questo, anche attraverso l’organismo politico-militare della Nato, coinvolge attivamente il polo imperialista UE e tutti i paese aderenti come l’Italia. L’approccio dello Stato Italiano è di piena condivisione di una NATO pronta ad affrontare le sfide globali, le direzioni strategiche ed a partire dall’aumento degli investimenti nel settore della difesa, nella maggiore integrazione industriale e nel sostegno a programmi congiunti di ricerca e sviluppo di contribuire al rafforzamento della capacità di “difesa europea” e al consolidamento del pilastro europeo della NATO. Questo posizionamento dimostra come il ruolo dell’Italia non sia secondario ma di parte attiva nelle guerre imperialiste in corso. Questo ci permette di affermare che l’Italia è un paese in guerra! “La guerra infatti parte anche da qui: droni e aerei a sostegno dell’aggressione criminale di USA e sionisti contro la Repubblica Islamica dell’Iran partono da Sigonella e sono orientati dal MUOS e dalle antenne NRTF di Niscemi, munizioni e mezzi militari vengono mobilitati da Camp Darby e dalla base USA di Aviano. In generale, c’è uno stato d’allerta su tutte le più importanti basi militari USA e NATO in Italia. (da Coordinamento Nazionale No Nato). Dopo gli USA l’Italia è il 2° paese per presenza di militari schierati nell’area Asiatica/Medio-orientale; militari italiani sono presenti in Kuwait, in Irak, in Quatar, in Bahrein, in Libano etc…. Una scelta di campo determinata dalla necessità di difesa degli interessi strategici delle multinazionali italiane (ENI in testa) e dalla propensione neo-coloniale che caratterizza anche l’Italia e dalla sua collocazione nel campo imperialista.

L’attiva partecipazione alle guerre in corso determina come conseguenza sulla popolazione, sui proletari, un peggioramento progressivo delle condizioni di vita generali. Per la corsa al riarmo vengono sottratti soldi dalla sanità, dall’istruzione, dal welfare. Mentre diventa sempre più difficile per i lavoratori garantirsi un alloggio assistiamo da parte del Governo al taglio di 970 milioni di euro all’edilizia popolare. Il costo dei carburanti, le bollette per l’energia aumentano continuamente mentre i salari sono sempre fermi (in Italia tra i più bassi d’Europa) e non reggono al caro vita. Questa è l’economia di guerra del Governo italiano. All’impoverimento di una grande parte della popolazione, all’aumento delle disuguaglianze corrispondono i grandi profitti per le aziende (e i manager) dell’apparato industriale/militare. Decreti sicurezza (con l’introduzione del fermo preventivo), aumento dei reati e delle pene, sanzioni amministrative, introduzione delle zone rosse, incremento del controllo sociale sono l’altra faccia della politica del Governo Meloni sul fronte interno.

Il 4 aprile sosteniamo le diverse iniziative che si terranno in Italia. Partecipiamo e sosteniamo l’iniziativa di lotta alla base militare di Ghedi (Brescia) punto fondamentale della guerra imperialista in corso e dove sotto comando/controllo USA sono detenute testate nucleari ed il presidio a Milano in Piazza dei Mercanti.
Uniamo queste iniziative contro la Nato per rafforzare il grande movimento che in questi anni si è mobilitato a fianco della Resistenza del popolo Palestinese e che ha espresso con diversi metodi di lotta (dal blocco nei porti e nelle stazioni ferroviarie, all’occupazione delle autostrade, agli scioperi, ai picchetti davanti alle fabbriche di armi, alla Flotilla, ai periodici cortei…..) un’opposizione al Governo Meloni ed alle guerre imperialiste.

Lottare nei nostri territori contro la Nato diventa un messaggio alle forze che lottano nell’area mediterraneo-mediorientale di sostegno nello scontro con l’imperialismo. Un oggettiva convergenza di interessi espressa dalle lotte proletarie nei paesi del centro imperialista con quelle della periferia e dalle forze della Resistenza, dalla Palestina al Libano fino allo Yemen e all’Iran, per favorire una concordanza contro l’imperialismo, nemico comune. Lotte che pongono al centro la possibilità della lotta di classe o di popolo come alternativa alla crisi del sistema capitalistico ed alla tendenza alla guerra imperialista.
Oggi come ieri la Nato, organismo politico-militare, mantiene la propria funzione controrivoluzionaria all’interno dei paesi dell’alleanza e di sede e strumento privilegiato del dominio della catena imperialista a guida USA. NATO significa guerra esterna e guerra interna.
Attorno al lottare oggi contro la NATO e contro la guerra imperialista è possibile costruire un’unità internazionalista con tutti i popoli e tutte le forze della Resistenza che si mobilitano contro l’imperialismo.
Per noi questo significa  mobilitarci nelle scuole, nei posti di lavoro, nei territori.

Sabotiamo l’economia di guerra!
Ritiro delle truppe italiane dal Medio-oriente!
No alla NATO! Chiudiamo le basi USA e NATO!
Costruiamo la Resistenza!

Panetteria Occupata – Via Conte Rosso 20 – Lambrate Milano

4 aprile ore 15 alla base di Ghedi. Appello alla mobilitazione dalle realtà promotrici:

INVITIAMO TUTTE E TUTTI, SINGOLI, REALTÀ ASSOCIATIVE, PARTITI, SINDACATI, COMITATI, CENTRI SOCIALI A DARE L’ADESIONE PER UN GRANDE PRESIDIO DAVANTI ALLA BASE DI GHEDI
SABATO 4 APRILE DALLE ORE 15:00
77 anni di guerre, saccheggi, soprusi e provocazioni militari di ogni tipo, 77 anni di militarizzazione dei territori, di abusi, depistaggi, operazioni sporche, inquinamento ambientale e terrorismo nel nostro paese.
L’esistenza stessa della NATO e delle sue basi in giro per il mondo è un problema di sopravvivenza dell’umanità: l’aggressione di USA e Israele contro l’Iran ne è una dimostrazione, come il genocidio ancora in corso in Palestina, il rapimento illegale del presidente del Venezuela Nicolas Maduro, la corsa al riarmo, l’invio di armi in Ucraina, il criminale strangolamento di Cuba, e non ultima la distruzione del Libano.
L’Italia è complice! Da qui partono armi, droni, aerei che contribuiscono a massacrare popolazioni intere. La base di Ghedi, a pochi chilometri da Brescia, è una base strategica per le operazioni della NATO: ad esempio è stata usata per i bombardamenti su Belgrado nel 1999. Quindi in caso di coinvolgimento più esplicito del nostro paese nella Terza guerra mondiale, è un obiettivo militare primario.
Per questo motivo da più di tre anni è in corso una battaglia per avere i piani di emergenza in caso di incidente o attacco nucleare. Questi piani non sono mai stati forniti dalle autorità competenti e ad oggi risultano inesistenti. La loro è negligenza consapevole e colpevole nei confronti della popolazione civile!
È necessario organizzarsi, fare rete e coordinare tutte le realtà che già oggi lottano contro la guerra, il riarmo dell’UE e della NATO. Spezziamo insieme le catene della collaborazione e partecipazione del nostro paese alle guerre di aggressione USA e NATO. Facciamo del 4 aprile una giornata di mobilitazione generale a partire dalla base di militare di Ghedi.
PERCIÓ ADERIAMO AL PRESIDIO DEL 4 APRILE A GHEDI!
FACCIAMO DEL 4 APRILE, 77° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELLA NATO, UNA GIORNATA DI LOTTA E MOBILITAZIONE CONTRO L’OLOCAUSTO NUCLEARE!
Fermiamo la spirale della Terza guerra mondiale!
Fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia!

Appello per la mobilitazione internazionale del Fronte Antimperialista

La NATO, la più grande organizzazione terroristica al mondo, è attiva dal 4 aprile 1949. È stata fondata dagli Stati Uniti, dal Canada e da dieci paesi dell’Europa occidentale con il pretesto di “difendersi dal sistema socialista”. Fin dalla sua fondazione, questa organizzazione è stata direttamente coinvolta in occupazioni, oppressioni, crimini di guerra, torture, omicidi, povertà, sfruttamento, ingiustizie, operazioni di controguerriglia e ostilità nei confronti dei popoli del mondo.

Ha organizzato embarghi e sanzioni contro paesi indipendenti, costruito prigioni speciali di isolamento per rivoluzionari, progressisti e anti-imperialisti, utilizzato leggi antiterrorismo per mettere a tacere la popolazione e diffuso disinformazione attraverso i media mainstream. Il suo scopo principale è quello di servire l’espansione dell’egemonia statunitense in tutto il mondo.

La NATO è ora diventata una potenza militare globale con 32 Stati membri. La NATO minaccia l’umanità intera.

Come negli anni precedenti, abbiamo assistito ancora una volta all’aggressione della NATO in tutto il mondo.

Il piano di Donald Trump, insieme all’assassino sionista Netanyahu, di attaccare ancora una volta Gaza e trasformarla in una “riviera” per i monopoli e i profitti statunitensi e sionisti continua attraverso l’ulteriore occupazione dei territori palestinesi. L’occupazione della eroica Palestina, che dura da 78 anni, continua.

Il regime fantoccio dell’HTS in Siria, istituito dai paesi USA-UE-NATO come parte del “Progetto Grande Medio Oriente” imperialista, ha compiuto massacri contro il popolo alawita e le forze di opposizione. Continuano i bombardamenti dello Yemen da parte dell’imperialismo statunitense e britannico, insieme a ulteriori attacchi contro la resistenza libanese e palestinese.

In Venezuela hanno rapito il presidente Nicolàs Maduro e Cilia Flores, ucciso pescatori, confiscato petroliere venezuelane e pianificato il saccheggio delle riserve petrolifere venezuelane.

Ci sono continue minacce contro Cuba e l’Iran.

Sono in corso sforzi per espandere le basi della NATO nei paesi dell’Europa orientale e ripetute minacce contro la Cina e la Russia durante i vertici della NATO.

Il curriculum criminale della NATO si allunga di anno in anno.

Per tutti questi motivi, è nostro dovere agire contro la NATO e i suoi collaboratori. Ecco perché abbiamo organizzato azioni in tutto il mondo durante la settimana del 4 aprile contro la NATO. Negli ultimi due anni, nell’ambito della campagna Anti-NATO, migliaia di persone in tutto il mondo hanno risposto al nostro appello. Decine di organizzazioni e individui di vari paesi hanno organizzato azioni davanti alle ambasciate statunitensi, alle istituzioni della NATO e alle basi militari, tra cui Andalusia, Austria, Paesi Baschi, Bielorussia, Belgio, Gran Bretagna, Bulgaria, Danimarca, Donbass, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Olanda, India, Irlanda, Italia, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Russia, Serbia, Spagna, Svizzera e Stati Uniti.

Sappiamo bene che la resistenza dei popoli può fermare i massacri e l’aggressione imperialista. Abbiamo il dovere di unirci e lottare contro l’imperialismo e i suoi collaboratori. Chiediamo la chiusura di tutte le basi USA-NATO utilizzate per attaccare i popoli del mondo.

Chiediamo a tutte le organizzazioni antimperialiste, antifasciste e progressiste, e a tutti i popoli oppressi del mondo, di unirsi alla campagna contro la NATO.

Agite il 4 aprile davanti alle ambasciate statunitensi, alle istituzioni

della NATO o nei centri cittadini. Uniamo tutte le nostre forze

contro il nemico comune dei popoli del mondo: l’imperialismo, il

fascismo e il sionismo.

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22 marzo: presidio al carcere di Opera – no al 41bis

Per una ripresa delle mobilitazioni contro il 41bis e il carcere tutto. Nel mese di maggio verrà decisa la proroga di altri due anni in regime di 41bis per Alfredo Cospito. Rilanciamo la mobilitazione per impedire la continuazione della tortura del 41bis. Mobilitiamoci in solidarietà con tutti i prigionieri rivoluzionari e per i prigionieri palestinesi detenuti in Italia. Nella sezione di 41bis di Opera da decine di anni è detenuto il compagno Marco Mezzasalma, militante delle Brigate Rosse, a cui viene dal 2005 rinnovata la detenzione in regime di 41bis. Rompiamo il silenzio, rompiamo l’isolamento. La sezione 41bis di Opera probabilmente verrà chiusa in un processo di ristrutturazione delle carceri a livelle nazionale dove si applicano forme di detenzione molto restrittive ma i detenuti verranno solo trasferiti in altre carcere dove la loro condizione di tortura verrà reiterata. Riprendiamo la mobilitazione contro il 41bis e contro il sistema carcerario. Sosteniamo e partecipiamo al presidio indetto dall’Assemblea lombarda contro il 41 bis

DOMENICA 22 MARZO ORE 15 al Carcere di Opera

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Hands off

usa/israele
giù le mani da
IRAN
LIBANO
PALESTINA
Al fianco dei popoli che combattono contro la guerra imperialista
Mobilitiamo nei nostri territori
COSTUIAMO LA RESISTENZA

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20 marzo: presentazione “L’alba della nostra libertà”

Venerdi 20 marzo ore 21:00
presentazione del libro
“L’alba della nostra libertà” (Fazi Editore) di Barbara Cagni

Verso il 25 aprile – Donne, Resistenza e Libertà. Le partigiane di ieri e quelle di oggi: il coraggio di voler essere libere!

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5 marzo: Presidio antistratto a Cologno Monzese

Partecipiamo Sosteniamo il

PRESIDIO ANTISFRATTO

GIOVEDI 5 MARZO A COLOGNO MONZESE DALLE ORE 8:00 in Via Mozart 28 ed a seguire agli uffici comunali di Villa Casati

Contro gli sfratti, per la difesa della casa la solidarietà è l’arma per difendere i nostri diritti!

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Presentazione incontro “Occhi su GAZA”

riportiamo intervento di presentazione dell’incontro con Guido Veronese di ritorno da Gaza:

L’attuale difesa occidentale dell’entità sionista e la legittimazione dei massacri che
sta commettendo a Gaza, ma anche in Cisgiordania, Libano, hanno rivelato la
reale misura della falsità dell’identità culturale illuminata con cui l’Occidente si
presenta e sotto la cui copertura conduce le sue guerre e i suoi progetti di
egemonia. Il progetto sionista di insediamento coloniale e di sradicamento della
popolazione Palestinese, se da un lato sembra avere la possibilità di
realizzazione, dall’altro Gaza in realtà rappresenta il collasso morale e etico del
sistema Occidentale e di molte delle sue élite intellettuali, politiche, culturali ed
economiche.
Dopo 78 anni di genocidi, violenze, torture, esilio, campi di concentramento,
fame, malattie, di sterminio lento e di confisca non solo della terra, ma
soprattutto dell’esistenza palestinese, ecco nascere in un’alba di ottobre
l’impossibile, riscrivendo la storia di un popolo che non ha mai smesso di lottare e
resistere. Indimenticabile resterà nelle nostre menti e nel nostro cuore l’immagine
del deltaplano che vola oltre le recinzioni. Fino a quel momento tutto sembrava
perso, dopo la fine della prima e della seconda Intifada, dopo Madrid e Oslo, ma
come ha scritto un palestinese ricordando le parole di Ghassan Kanafani “questo
popolo è nato per realizzare l’impossibile”.
Quindi è giusto domandarsi quali misure sono necessarie per sostenere la
resistenza palestinese e se è sufficiente condannare il genocidio effettuato sotto
gli occhi del mondo dall’entità sionista con il sostegno americano e occidentale, a
Gaza ed in Cisgiordania? Dobbiamo anche chiederci se fermarsi alla condanna
dei crimini sionisti equivale a non capire il pericolo rappresentato dal progetto non
solo nei confronti dei palestinesi, ma per tutta l’umanità.
Nei giornali, attraverso la voce dei media hanno propagandato la guerra a Gaza…
è finita, ma in realtà non è finito nulla !!
I continui bombardamenti che hanno luogo quotidianamente a tarda notte o nelle
prime ore del mattino, hanno causato la morte, dopo il “presunto” cessate il fuoco,
di 603 civili palestinesi e più di 1600 feriti e vengono effettuati con varie
giustificazioni come il ritardo nella consegna dei corpi dei soldati uccisi a Gaza,
oppure la violazione della linea gialla. La famosa”linea gialla”, che come indicano
le mappe, in realtà ha inghiottito circa il 52% del territorio della Striscia di Gaza,
ovvero le aree situate nella parte orientale e settentrionale, oltre all’intera città di
Rafah, che è stata trasformata in un cumulo di macerie. Quello che è evidente è
la volontà di portare avanti il piano di pulizia etnica già progettato da più di 100
anni, cioè prima dell’insediamento dell’entità sionista in Palestina.
In Cisgiordania la colonizzazione avviene pubblicamente con tanto di decreti legge
incuranti di qualsiasi reazione e da 146.000 coloni fino al 1993, il numero è volato
agli attuali 850.000.
La confisca delle terre dei palestinesi, la demolizione delle loro case, il controllo su
tutte le risorse naturali come l’acqua, sono misure che stanno asfissiando la vita di
ogni cisgiordano. Accerchiamento e gravi limitazioni di movimento devono,
secondo questo progetto, spingere la popolazione palestinese alla migrazione
“volontaria”

In tutti questi 28 mesi siamo stati presenti nelle piazze ed in particolare a Milano
con una mobilitazione ininterrotta non solo contro genocidio e pulizia etnica, ma
anche per la liberazione degli 11.000 prigionieri palestinesi rinchiusi in condizioni
disumane nelle carceri sioniste. Nei prossimi giorni poi ci saranno presidi sotto le
carceri italiane dove sono detenuti sia Hannoun, Dawoud, Yaser, Riyad, (gli
arrestati del 27 Dicembre) sia Anan, Ahmad e Tarek che si è recentemente cucito
la bocca per reagire ai soprusi subiti nel carcere di Pescara. Questo per ribadire
che la solidarietà non è un reato, che la Resistenza del popolo Palestinese va
sostenuta in ogni sua forma e che noi dobbiamo lottare qua contro le fabbriche
italiane che armano il sionismo, contro i suoi sostenitori economici e politici, contro il
silenzio dell’informazione e le sue bugie per eliminare quell’insieme di ideologia e
razzismo che permettono ai criminali sionisti di portare avanti indisturbati il
genocidio.

Panetteria Occupata, Milano 20 febbraio 2026

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22 febbraio: a Torino Con i rivoluzionari prigionieri

SOLIDALI NELLA LOTTA!
CON I RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI🔴

Domenica 22 Febbraio h 17, Radio Blackout via Cecchi 21/A Torino

Presentazione della campagna “Vogliamo rompere un tabù”

SOLIDALI CON I RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI.

L’appello “Vogliamo rompere un tabù“ lanciato, e raccolto da molte realtà e singoli compagni, ci offre la possibilità di confrontarci nel discutere, “di quello che è stata l’esperienza della lotta armata e dei conflitti sociali di massa in Italia a cavallo tra gli anni ’60 e’70.” E di come la memoria di quegli anni è duramente attaccata dalla narrazione dominante, soggetta a cancellazione e revisionismo. Cancellazione data forse dal rifiuto di ammettere che il potere sia stato messo realmente in discussione, rifiuto di accettare che, non troppi anni fa, migliaia di persone abbiano deciso di usare la forza e di dichiarare guerra allo Stato dei padroni […] Nonostante oggi gli orizzonti del possibile sembrano essersi drasticamente ridotti, l’esperienza di quegli anni, maturata in un contesto nazionale ed internazionale di grandi lotte di massa e rivoluzionarie, di trasformazione radicale in senso anticoloniale e anticapitalista, riecheggia ancora nei nostri percorsi di lotta, stimolandoli.

Desideriamo, per cui, riappropriarci di quanto di positivo questa memoria ha prodotto ed insegna ancor oggi, per organizzarci e opporci alle diverse espressioni del potere. Lo scopo è quello di non dimenticare il passato e imparare da esso al fine di affinare capacità di riflessione e di scelta politica”.

L’appello è stato lanciato per mettere in luce un fatto, per noi importante, e cioè, che da quarant’anni (alcuni dal 1982) 15 militanti delle Brigate Rosse sono rinchiusi nelle prigioni di Stato, altri tre, da oltre venti anni, segregati al regime del 41 bis.

Il motivo di una detenzione così lunga è perché lo Stato chiede a questi prigionieri di rinunciare alla propria identità, ad un pensiero politico radicato storicamente da oltre un secolo, nella lotta internazionale contro l’oppressione . La richiesta di mercanteggiare e mercificare la loro futura e lontana liberazione è, in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi di valorizzazione e propensione alla guerra globale, ancor più significativa.

Una crisi anche politica che cerca soluzioni autoritarie, che spinge gli Stati a un confronto sempre più aspro, le cui conseguenze vanno a colpire le masse popolari determinando un inasprimento delle disuguaglianze sociali e di liquidazione delle conquiste frutto delle lotte passate. Si tende, perciò, a colpire con una repressione sempre più dura i movimenti e gli attivisti politici, mirando a soffocare le lotte di resistenza e le istanze di liberazione con l’intento di impedire che il malcontento si dia un’espressione politica organizzata. In questo contesto si inserisce la guerra che da tempo viene condotta contro la memoria delle lotte degli anni Settanta. È solo nel contesto di questa guerra alla memoria che possiamo comprendere la politica di silenziamento e annientamento dei rivoluzionari prigionieri.

Rompere il tabù, rompere il silenzio su questi prigionieri, sulle condizioni della loro detenzione, sulla loro durata infinita, rappresenta un passo necessario per liberarci dalle paure, dall’ingabbiamento in cui vorrebbero richiudere le lotte e i movimenti. La richiesta ai prigionieri di rinnegare il proprio passato rappresenta un ulteriore modo per colpire l’idea di liberazione di cui questi compagni e compagne sono portatori.

Rompere il silenzio sulla resistenza di questi prigionieri è anche un modo per riappropriarci di una libertà, e di un pensiero critico, che ci aiuti ad immaginare delle possibilità. Sapendo che la miglior solidarietà è la continuazione della lotta, nelle sue diverse forme politiche e sociali.

Per questo motivo sarebbe bene utilizzare questi momenti per confrontarci sulla situazione in cui versano i movimenti di lotta. Un confronto tra quanti non accettano di scendere a compromessi con questo sistema. Perciò, ricostruire frammenti di quelle lotte sociali, aver consapevolezza del loro portato storico – mai venuto meno – è di fondamentale importanza.

Senza però dimenticare che quel grande movimento di lotta è sempre stato oggetto di una lettura revisionista da parte dello Stato, delle sue strutture e dei suoi reggicoda per teorizzare, non solo la fine di una fase storica ma l’impraticabilità della lotta rivoluzionaria.

Questa tesi ci tocca nell’attualità, perché alle nostre endemiche debolezze aggiunge elementi di disorientamento. Secondo noi, perciò, è necessario far chiarezza e tracciare uno spartiacque tra ipotesi rivoluzionarie e la linea dello Stato e della borghesia.

Un ulteriore aspetto che proponiamo alla discussione è il tema della repressione. Esso viene trattato, il più delle volte, in maniera ““auto-terrorizzante”. Molto poco dal punto di vista di chi – nella lotta – si assume il “peso” della repressione come parte del conflitto, dimostrandoci che è possibile resistere, e dando così un importante contributo alla continuazione della lotta.

Per leggere l’ appello “Vogliamo rompere un tabù”
https://www.rompiamountabu.org/

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21 febbraio: presentazione “Memorie della periferia”

SABATO 21 FEBBRAIO ORE 21:00
Presentazione del libro
MEMEORIE DELLA PERIFERIA – Storie del Giambellino
interviene l’autore Manolo Morlacchi con Maria Elena Scandaliato (giornalista autrice della video inchiesta “Cara Milano” che verrà proiettata durante la presentazione)

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