Per una ripresa delle mobilitazioni contro il 41bis e il carcere tutto. Nel mese di maggio verrà decisa la proroga di altri due anni in regime di 41bis per Alfredo Cospito. Rilanciamo la mobilitazione per impedire la continuazione della tortura del 41bis. Mobilitiamoci in solidarietà con tutti i prigionieri rivoluzionari e per i prigionieri palestinesi detenuti in Italia. Nella sezione di 41bis di Opera da decine di anni è detenuto il compagno Marco Mezzasalma, militante delle Brigate Rosse, a cui viene dal 2005 rinnovata la detenzione in regime di 41bis. Rompiamo il silenzio, rompiamo l’isolamento. La sezione 41bis di Opera probabilmente verrà chiusa in un processo di ristrutturazione delle carceri a livelle nazionale dove si applicano forme di detenzione molto restrittive ma i detenuti verranno solo trasferiti in altre carcere dove la loro condizione di tortura verrà reiterata. Riprendiamo la mobilitazione contro il 41bis e contro il sistema carcerario. Sosteniamo e partecipiamo al presidio indetto dall’Assemblea lombarda contro il 41 bis
DOMENICA 22 MARZO ORE 15 al Carcere di Opera
Pubblicato inGenerale|Commenti disabilitati su 22 marzo: presidio al carcere di Opera – no al 41bis
usa/israele giù le mani da IRAN LIBANO PALESTINA Al fianco dei popoli che combattono contro la guerra imperialista Mobilitiamo nei nostri territori COSTUIAMO LA RESISTENZA
Pubblicato inGenerale|Commenti disabilitati su Hands off
riportiamo intervento di presentazione dell’incontro con Guido Veronese di ritorno da Gaza:
L’attuale difesa occidentale dell’entità sionista e la legittimazione dei massacri che sta commettendo a Gaza, ma anche in Cisgiordania, Libano, hanno rivelato la reale misura della falsità dell’identità culturale illuminata con cui l’Occidente si presenta e sotto la cui copertura conduce le sue guerre e i suoi progetti di egemonia. Il progetto sionista di insediamento coloniale e di sradicamento della popolazione Palestinese, se da un lato sembra avere la possibilità di realizzazione, dall’altro Gaza in realtà rappresenta il collasso morale e etico del sistema Occidentale e di molte delle sue élite intellettuali, politiche, culturali ed economiche. Dopo 78 anni di genocidi, violenze, torture, esilio, campi di concentramento, fame, malattie, di sterminio lento e di confisca non solo della terra, ma soprattutto dell’esistenza palestinese, ecco nascere in un’alba di ottobre l’impossibile, riscrivendo la storia di un popolo che non ha mai smesso di lottare e resistere. Indimenticabile resterà nelle nostre menti e nel nostro cuore l’immagine del deltaplano che vola oltre le recinzioni. Fino a quel momento tutto sembrava perso, dopo la fine della prima e della seconda Intifada, dopo Madrid e Oslo, ma come ha scritto un palestinese ricordando le parole di Ghassan Kanafani “questo popolo è nato per realizzare l’impossibile”. Quindi è giusto domandarsi quali misure sono necessarie per sostenere la resistenza palestinese e se è sufficiente condannare il genocidio effettuato sotto gli occhi del mondo dall’entità sionista con il sostegno americano e occidentale, a Gaza ed in Cisgiordania? Dobbiamo anche chiederci se fermarsi alla condanna dei crimini sionisti equivale a non capire il pericolo rappresentato dal progetto non solo nei confronti dei palestinesi, ma per tutta l’umanità. Nei giornali, attraverso la voce dei media hanno propagandato la guerra a Gaza… è finita, ma in realtà non è finito nulla !! I continui bombardamenti che hanno luogo quotidianamente a tarda notte o nelle prime ore del mattino, hanno causato la morte, dopo il “presunto” cessate il fuoco, di 603 civili palestinesi e più di 1600 feriti e vengono effettuati con varie giustificazioni come il ritardo nella consegna dei corpi dei soldati uccisi a Gaza, oppure la violazione della linea gialla. La famosa”linea gialla”, che come indicano le mappe, in realtà ha inghiottito circa il 52% del territorio della Striscia di Gaza, ovvero le aree situate nella parte orientale e settentrionale, oltre all’intera città di Rafah, che è stata trasformata in un cumulo di macerie. Quello che è evidente è la volontà di portare avanti il piano di pulizia etnica già progettato da più di 100 anni, cioè prima dell’insediamento dell’entità sionista in Palestina. In Cisgiordania la colonizzazione avviene pubblicamente con tanto di decreti legge incuranti di qualsiasi reazione e da 146.000 coloni fino al 1993, il numero è volato agli attuali 850.000. La confisca delle terre dei palestinesi, la demolizione delle loro case, il controllo su tutte le risorse naturali come l’acqua, sono misure che stanno asfissiando la vita di ogni cisgiordano. Accerchiamento e gravi limitazioni di movimento devono, secondo questo progetto, spingere la popolazione palestinese alla migrazione “volontaria”
In tutti questi 28 mesi siamo stati presenti nelle piazze ed in particolare a Milano con una mobilitazione ininterrotta non solo contro genocidio e pulizia etnica, ma anche per la liberazione degli 11.000 prigionieri palestinesi rinchiusi in condizioni disumane nelle carceri sioniste. Nei prossimi giorni poi ci saranno presidi sotto le carceri italiane dove sono detenuti sia Hannoun, Dawoud, Yaser, Riyad, (gli arrestati del 27 Dicembre) sia Anan, Ahmad e Tarek che si è recentemente cucito la bocca per reagire ai soprusi subiti nel carcere di Pescara. Questo per ribadire che la solidarietà non è un reato, che la Resistenza del popolo Palestinese va sostenuta in ogni sua forma e che noi dobbiamo lottare qua contro le fabbriche italiane che armano il sionismo, contro i suoi sostenitori economici e politici, contro il silenzio dell’informazione e le sue bugie per eliminare quell’insieme di ideologia e razzismo che permettono ai criminali sionisti di portare avanti indisturbati il genocidio.
Panetteria Occupata, Milano 20 febbraio 2026
Pubblicato inGenerale|Commenti disabilitati su Presentazione incontro “Occhi su GAZA”
SOLIDALI NELLA LOTTA! CON I RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI🔴
Domenica 22 Febbraio h 17, Radio Blackout via Cecchi 21/A Torino
Presentazione della campagna “Vogliamo rompere un tabù”
SOLIDALI CON I RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI.
L’appello “Vogliamo rompere un tabù“ lanciato, e raccolto da molte realtà e singoli compagni, ci offre la possibilità di confrontarci nel discutere, “di quello che è stata l’esperienza della lotta armata e dei conflitti sociali di massa in Italia a cavallo tra gli anni ’60 e’70.” E di come la memoria di quegli anni è duramente attaccata dalla narrazione dominante, soggetta a cancellazione e revisionismo. Cancellazione data forse dal rifiuto di ammettere che il potere sia stato messo realmente in discussione, rifiuto di accettare che, non troppi anni fa, migliaia di persone abbiano deciso di usare la forza e di dichiarare guerra allo Stato dei padroni […] Nonostante oggi gli orizzonti del possibile sembrano essersi drasticamente ridotti, l’esperienza di quegli anni, maturata in un contesto nazionale ed internazionale di grandi lotte di massa e rivoluzionarie, di trasformazione radicale in senso anticoloniale e anticapitalista, riecheggia ancora nei nostri percorsi di lotta, stimolandoli.
Desideriamo, per cui, riappropriarci di quanto di positivo questa memoria ha prodotto ed insegna ancor oggi, per organizzarci e opporci alle diverse espressioni del potere. Lo scopo è quello di non dimenticare il passato e imparare da esso al fine di affinare capacità di riflessione e di scelta politica”.
L’appello è stato lanciato per mettere in luce un fatto, per noi importante, e cioè, che da quarant’anni (alcuni dal 1982) 15 militanti delle Brigate Rosse sono rinchiusi nelle prigioni di Stato, altri tre, da oltre venti anni, segregati al regime del 41 bis.
Il motivo di una detenzione così lunga è perché lo Stato chiede a questi prigionieri di rinunciare alla propria identità, ad un pensiero politico radicato storicamente da oltre un secolo, nella lotta internazionale contro l’oppressione . La richiesta di mercanteggiare e mercificare la loro futura e lontana liberazione è, in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi di valorizzazione e propensione alla guerra globale, ancor più significativa.
Una crisi anche politica che cerca soluzioni autoritarie, che spinge gli Stati a un confronto sempre più aspro, le cui conseguenze vanno a colpire le masse popolari determinando un inasprimento delle disuguaglianze sociali e di liquidazione delle conquiste frutto delle lotte passate. Si tende, perciò, a colpire con una repressione sempre più dura i movimenti e gli attivisti politici, mirando a soffocare le lotte di resistenza e le istanze di liberazione con l’intento di impedire che il malcontento si dia un’espressione politica organizzata. In questo contesto si inserisce la guerra che da tempo viene condotta contro la memoria delle lotte degli anni Settanta. È solo nel contesto di questa guerra alla memoria che possiamo comprendere la politica di silenziamento e annientamento dei rivoluzionari prigionieri.
Rompere il tabù, rompere il silenzio su questi prigionieri, sulle condizioni della loro detenzione, sulla loro durata infinita, rappresenta un passo necessario per liberarci dalle paure, dall’ingabbiamento in cui vorrebbero richiudere le lotte e i movimenti. La richiesta ai prigionieri di rinnegare il proprio passato rappresenta un ulteriore modo per colpire l’idea di liberazione di cui questi compagni e compagne sono portatori.
Rompere il silenzio sulla resistenza di questi prigionieri è anche un modo per riappropriarci di una libertà, e di un pensiero critico, che ci aiuti ad immaginare delle possibilità. Sapendo che la miglior solidarietà è la continuazione della lotta, nelle sue diverse forme politiche e sociali.
Per questo motivo sarebbe bene utilizzare questi momenti per confrontarci sulla situazione in cui versano i movimenti di lotta. Un confronto tra quanti non accettano di scendere a compromessi con questo sistema. Perciò, ricostruire frammenti di quelle lotte sociali, aver consapevolezza del loro portato storico – mai venuto meno – è di fondamentale importanza.
Senza però dimenticare che quel grande movimento di lotta è sempre stato oggetto di una lettura revisionista da parte dello Stato, delle sue strutture e dei suoi reggicoda per teorizzare, non solo la fine di una fase storica ma l’impraticabilità della lotta rivoluzionaria.
Questa tesi ci tocca nell’attualità, perché alle nostre endemiche debolezze aggiunge elementi di disorientamento. Secondo noi, perciò, è necessario far chiarezza e tracciare uno spartiacque tra ipotesi rivoluzionarie e la linea dello Stato e della borghesia.
Un ulteriore aspetto che proponiamo alla discussione è il tema della repressione. Esso viene trattato, il più delle volte, in maniera ““auto-terrorizzante”. Molto poco dal punto di vista di chi – nella lotta – si assume il “peso” della repressione come parte del conflitto, dimostrandoci che è possibile resistere, e dando così un importante contributo alla continuazione della lotta.
Per leggere l’ appello “Vogliamo rompere un tabù” https://www.rompiamountabu.org/
Pubblicato inGenerale|Commenti disabilitati su 22 febbraio: a Torino Con i rivoluzionari prigionieri
SABATO 21 FEBBRAIO ORE 21:00 Presentazione del libro MEMEORIE DELLA PERIFERIA – Storie del Giambellino interviene l’autore Manolo Morlacchi con Maria Elena Scandaliato (giornalista autrice della video inchiesta “Cara Milano” che verrà proiettata durante la presentazione)
Pubblicato inGenerale|Commenti disabilitati su 21 febbraio: presentazione “Memorie della periferia”
VENERDI 13 FEBBRAIO ALLE ORE 21 alla Panetteria Occupata INCONTRIAMO I COMPAGNI FRANCESI E CORSI di SUPERNOVA Revue Marxiste-léniniste SUPERNOVA uno strumento di inchiesta e organizzazione dentro la metropoli imperialista francese. Le lotte, l’organizzazione del proletariato metropolitano contro l’imperialismo in Francia.
pubblichiamo l’editoriale «FEDAYIN» DANS LA MÉTROPOLE IMPÉRIALISTE del nr.1 della nuova serie Supernova
“Se si considera la guerra nel suo insieme, la guerra di manovra è la forma principale e la guerriglia è la forma ausiliaria; se si considera la guerra nelle sue situazioni particolari, la guerriglia è la forma principale e la guerra di manovra è la forma ausiliaria.” Mao
Questo nuovo numero inaugura la nuova serie della rivista Supernova. La scelta di creare una nuova serie è legata alle prospettive che riteniamo di dover dare alla rivista e alla necessaria critica e autocritica del lavoro politico ed editoriale svolto dalla redazione fino ad oggi. I temi di indagine e di ricerca teorica della rivista rimangono gli stessi: – Imperialismo e dimensione metropolitana francese – Composizione di classe e organizzazione dell’autonomia proletaria – La resistenza e il ruolo dei militanti politici Come Supernova, vogliamo condurre una battaglia ideologica e politica più diretta, che si concretizzi anche sul piano organizzativo, nella nostra adesione al Fronte anti-imperialista1. Agiamo in un contesto caratterizzato da processi di crisi che colpiscono la Francia e gli altri paesi imperialisti sul piano esterno e interno: Fronte esterno: la crisi di egemonia dell’imperialismo francese, nel contesto della nuova concorrenza mondiale e della resistenza anticoloniale e anti-imperialista che attraversa le sue colonie e ex colonie. La Francia è ancora oggi uno dei principali paesi imperialisti, legato alla NATO, e rappresenta una delle forze principali all’interno dell’UE. La Francia sostiene direttamente il sionismo e le azioni condotte contro tutti i paesi che non sono allineati con gli Stati Uniti e il blocco della NATO (Russia, Cina, Iran, Venezuela, Cuba, Yemen, Corea del Nord, ecc.). Gli Stati Uniti e i principali paesi dell’UE rappresentano le forze imperialiste e costituiscono il nemico su cui dobbiamo concentrare le nostre forze. Fronte interno: la crisi sociale e politica che ha colpito la Francia ha dato luogo a una situazione senza precedenti in termini di «governance». L’instabilità governativa è il risultato di questa crisi, che riflette anche una divisione sempre più profonda all’interno della borghesia monopolistica imperialista francese. Tuttavia, queste divisioni si ricompongono nel sostegno a un’economia di guerra sempre più diretta contro la Russia e la Cina, nella difesa degli interessi egemonici dell’imperialismo francese e sotto l’egida della NATO e dell’Unione Europea. Un’economia di guerra che si manifesta anche con la riduzione degli spazi democratici e delle garanzie sociali che riguardano ampi strati della popolazione, in particolare i settori proletari dei quartieri popolari e gli operai delle metropoli. L’islamofobia, il razzismo anti-immigrati, ecc. sono tutti elementi che si polarizzano in una “guerra tra poveri” sempre più intensa e nella propaganda ideologica imperialista. L’economia di guerra e i costi della crisi colpiscono anche gli strati medi e l’aristocrazia operaia, i cosiddetti “delusi dalla globalizzazione”. Ciò non intacca tuttavia il consenso intorno alla «democrazia imperialista» e ai meccanismi di «conformismo» difesi dai settori liberali, dalla sinistra della NATO2 e dalla vecchia e nuova destra. L’assenza di movimenti sociali e politici di protesta significativi è certamente dovuta alla paura sociale che, per la prima volta, attraversa massicciamente la Francia, ma esistono anche gravi
errori sul piano soggettivo (le culture politiche della sinistra francese). La sinistra francese è influenzata e dominata dall’imperialismo. Una sinistra che disarma i movimenti sociali e politici attraverso le sue culture liberali. Il ripiegamento del 10 settembre (tra la burocrazia sindacale e il più ingenuo spontaneismo), la difficoltà ad assumere la resistenza palestinese (quella condotta dalle organizzazioni palestinesi) come lotta politica delle classi dominate e dannate all’interno delle metropoli imperialiste, l’incapacità nei territori di affrontare i problemi che attraversano i settori popolari: precarietà sociale, violenza poliziesca, criminalità organizzata, consumo di droga, ecc. e la necessaria autodifesa e cooperazione popolare. Si tratta di contraddizioni che non possono essere nascoste. È in questo contesto che agiscono oggi le soggettività politiche della sinistra proletaria in Francia. IMPERIALISMO E DIMENSIONE METROPOLITANA La categoria leninista di imperialismo deve essere intesa nel suo senso più profondo: – dimensione orizzontale: lotta di classe (le classi) – dimensione verticale: teoria della dipendenza, dello scambio ineguale, catena del valore (nord-sud, centro-periferia) In Lenin troviamo una combinazione di questi due fattori, troppo spesso polarizzati dai gruppi di sinistra e comunisti, che non colgono la dimensione «globale» e dialettica che lega questi due elementi. Non come una somma di fattori, ma come elementi integrati l’uno nell’altro. La natura dell’imperialismo porta inevitabilmente a venti di guerra sempre più totalizzanti e, parallelamente, al deterioramento delle condizioni sociali e lavorative delle fasce del proletariato «senza riserve» in Europa e negli Stati Uniti. Perché oggi l’imperialismo, invece di portare benefici a queste popolazioni (“rendita imperialista”, come la chiamava Samir Amin), aggrava di fatto le loro condizioni di vita. Ciò potrebbe, usiamo necessariamente il condizionale, favorire le lotte anti-imperialiste su entrambi i fronti dell’ordine mondiale imperiale, all’interno e all’esterno delle metropoli imperialiste, a condizione che i movimenti, soprattutto nelle metropoli imperialiste, sappiano cogliere queste dinamiche e guardino al futuro rompendo con il conformismo del presente e con la sinistra borghese (la sinistra della NATO e tutta l’ideologia ad essa legata). L’analisi dell’imperialismo contemporaneo deve partire dagli Stati Uniti, perché è lì che si concentrano i suoi meccanismi di potere, le istituzioni militari, finanziarie e monetarie che detengono il monopolio, vietato agli “alleati” europei o dell’Asia orientale, cioè ai paesi sottomessi dalla guerra (Germania, Giappone, Italia), o dal potere economico e finanziario (Francia, Inghilterra), e soprattutto negato al “Sud del mondo”. La Cina e la Russia sono attori della nuova concorrenza mondiale, ma il loro ruolo non può essere definito imperialista, e subiscono l’azione degli Stati Uniti e del blocco NATO, che vogliono mantenere la loro egemonia e il loro controllo mondiale3. L’azione degli Stati Uniti sul “mercato”, le “regole economiche”, il “diritto internazionale “, le relazioni diplomatiche tra gli Stati, ecc., riflette il tentativo di impedire l’implosione del ciclo di accumulazione e di rilanciare l’economia americana in difficoltà nel contesto della nuova concorrenza mondiale. È tuttavia importante per noi affermare un punto centrale dell’analisi marxista: nell’imperialismo, le scelte politiche diventano sempre più ”obbligatorie”, si parla di “politica” perché in realtà tutto è diventato “economia”. L’intensificarsi del razzismo, del sessismo, la militarizzazione del territorio, la deportazione dei migranti negli Stati Uniti, sono solo in apparenza una scelta soggettiva dell’amministrazione Trump. La popolazione americana è profondamente divisa, non tra l’1% e il 99%, ma tra il 20% che controlla la maggior parte dei consumi nell’enorme mercato interno (3/4 del PIL) e l’80% il cui potere d’acquisto è stagnante o in calo. Le politiche fiscali sono attuate per garantire la proprietà e l’iperconsumo della fascia più ricca della popolazione. Trump “politicizza” ciò che il neoliberismo ha ostinatamente cercato, senza successo, di “depoliticizzare”: l’uso della forza.
La macchina statale-capitalista non delega più il ricorso alla violenza estrema ai fascisti, ma la organizza essa stessa, avendo forse imparato la lezione dall’autonomia assunta dal nazismo nella prima metà del XX secolo. Il razzismo strutturale che caratterizza il capitalismo – oggi concentrato contro i musulmani – è stato indecentemente mascherato dagli israeliani e da tutti i media e le classi politiche occidentali. Anche in questo caso, non c’è davvero bisogno di nuovi fascisti, perché sono gli Stati, soprattutto europei, che lo hanno alimentato dagli anni ’80 (mentre negli Stati Uniti è endemico, al centro stesso dell’esercizio del potere). Il razzismo è profondamente radicato nella democrazia e nel capitalismo sin dalla conquista delle Americhe, poiché lì regna la disuguaglianza, e uno dei principali mezzi per legittimarla è proprio il razzismo. I nuovi “fascisti”4 sono marginali rispetto ai fascismi storici e, una volta al potere, si allineano immediatamente al capitale e allo Stato, limitandosi a intensificare la legislazione autoritaria e repressiva e ad agire sull’aspetto simbolico e culturale. Trump (o Milei in Argentina) incarna perfettamente l’immagine del “capitalista fascista” perché rappresenta un segmento della classe capitalista e agisce di conseguenza. La borghesia monopolistica imperialista è divisa, sia negli Stati Uniti che in Europa. Tra la vecchia visione neoliberista nata negli anni ’90 dopo la vittoria degli Stati Uniti sull’URSS, derivata dalle ideologie postmoderne e legata alla fine della storia, e un’altra parte della borghesia monopolistica attenta ai nuovi scenari della concorrenza globale e ai processi di crisi in corso. La crisi ha polarizzato tutte le classi, fino al loro interno. Le azioni di Trump hanno poco o nulla a che vedere con il folklore fascista storico quando opera a livello “geopolitico”, mirando a salvare il capitalismo americano dall’implosione, imponendo al contempo una traiettoria «fascista» a tutti gli aspetti della società americana. Trump combina perfettamente capitalismo e fascismo. Il capitalismo non ha più bisogno di affidare il potere a regimi fascisti storici, come faceva un tempo, perché la democrazia è stata svuotata della sua sostanza a partire dagli anni ’70 (Commissione trilaterale)5. È un guscio vuoto che può essere utilizzato in qualsiasi modo. Produce, dall’interno delle proprie istituzioni – proprio come il capitalismo fa dall’interno della finanza e dello Stato, dall’interno della sua amministrazione e del suo esercito – la guerra. Tutto ciò si riflette anche nei paesi imperialisti europei. Dove l’economia di guerra diventa il fulcro dell’azione per contrastare la crisi. Nella nostra dimensione metropolitana, l’imperialismo francese è il primo nemico su cui concentrare la nostra resistenza. Coloro che pensano di opporre la Francia agli Stati Uniti, o di utilizzare lo Stato francese6 per la resistenza e il sabotaggio dell’economia di guerra, lavorano semplicemente per l’imperialismo francese… e la sua ideologia, contribuendo al rafforzamento dei movimenti reazionari di massa che attraversano oggi l’Europa e gli Stati Uniti. Lenin definì il capitalismo imperialista reazionario, al contrario del capitalismo competitivo, in cui Marx vedeva ancora aspetti «progressisti». La finanziarizzazione e l’economia del debito hanno costruito un mostro che combina capitalismo, democrazia e fascismo, il che non pone alcun problema alle classi dominanti. L’unico uso che si può fare di questa fase è rovesciare la guerra contro i popoli e le classi popolari, non chiedendo la pace, ma costruendo la resistenza contro l’imperialismo, come atto concreto di potere popolare. L’ATTUALE COMPOSIZIONE DI CLASSE E L’ORGANIZZAZIONE DELL’AUTONOMIA PROLETARIA Agire in una metropoli imperialista significa confrontarsi con una composizione di classe determinata, in cui il peso dei meccanismi della finanza e del parassitismo economico, propri dell’imperialismo, è al centro di tutto. Ciò impone una riflessione su ciò che è oggi la produzione7, la cosiddetta «uberizzazione dell’economia»8 e lo stesso rapporto tra uomo e macchina attraverso l’automazione e l’intelligenza artificiale. La polarizzazione sociale si manifesta attraverso la proletarizzazione delle classi medie, che rimangono tuttavia strettamente legate alla «democrazia imperialista», e dall’ampliamento della parte del proletariato de-integrato, concentrato nei quartieri popolari dove la disoccupazione e la precarietà sociale sono gli elementi principali. Un proletariato de-integrato dal potere centrale dello Stato, ma soggetto alla sua violenza: «legale» da parte delle forze di polizia e «illegale» da
parte della criminalità organizzata. Un proletariato «senza riserve» che subisce l’egemonia imperialista, con la sua logica di morte e distruzione, che distrugge tutti i meccanismi collettivi che le masse popolari si danno per resistere e vivere. Il peso delle classi medie e dell’aristocrazia operaia all’interno dei movimenti sociali e sindacali è molto forte e riflette anche gli orientamenti ideologici che si danno. Lo sviluppo di ideologie imperialiste specifiche è legato, nel suo senso più profondo, ai processi di crisi che oggi colpiscono le classi e gli Stati. Prendiamo ad esempio l’ambivalenza della cultura postmoderna e il razzismo identitario. Questi due elementi fortemente opposti sono in realtà equivalenti, nati come prodotti specifici della crisi che colpisce il capitalismo e della lotta dell’imperialismo per mantenere la sua egemonia sulle classi popolari nelle metropoli imperialiste e sui popoli oppressi dal neocolonialismo. Il primo, partendo dalla percezione individuale, arriva a frammentare tutto, riducendo l’esperienza vissuta a una dimensione puramente personale, dove l’affermazione della propria esperienza sarebbe sufficiente a creare consenso e resistenza, basandosi sul piano collettivo sull’idea di una lobby di interessi. Il secondo si basa su una percezione effimera di insiemi identitari collettivi, creati con l’illusione di proteggersi dal male, che è sempre percepito come esterno alla comunità. L’uso ossessivo che oggi viene fatto del termine “cultura giudaico-cristiana” per designare le radici europee. Dietro questa definizione si nasconde non solo il vecchio razzismo coloniale, ma anche una vera e propria costruzione di una storia “fantastica”, data la radicale opposizione in termini storici che la tradizione cristiana ha avuto con l’ebraismo… Il mito della dimensione locale da difendere non è nuovo, pensiamo al vecchio fascismo italiano che sognava la Roma imperiale, costruendo palazzi di cartapesta, mentre il mondo era sotto il dominio dell’Union Jack e dello Zio Sam… Bisogna capire che tutti questi elementi coesistono e attraversano la composizione delle classi: il genere, l’identità nazionale e “razziale”, l’età, ecc. Non tener conto di questi elementi sarebbe un errore dal punto di vista politico, così come presentarlo come elementi di divisione. Termini come intersezionalità o convergenza delle lotte rimandano sempre a un piano di uguaglianza e orizzontalità che non esiste nella lotta di classe. È una visione legata alla «democrazia imperialista» e al «liberalismo»9, espressione culturale di alcune classi che non riescono a concepire la resistenza in termini politici e militari, spaventate dalla guerra tra le classi… Il nostro obiettivo è la ricomposizione della classe proletaria, la sua capacità di esercitare un’egemonia e una forza contro le classi dominanti. Mettere al centro l’organizzazione dell’autonomia proletaria significa avere come riferimento il movimento operaio e in particolare i «proletari senza riserve» in generale, e dare l’egemonia e la forza a questa classe, nella lotta contro l’imperialismo sul fronte interno ed esterno. Dai luoghi di lavoro ai quartieri popolari, dalle scuole alle prigioni, nei sindacati, nei comitati di quartiere, nei movimenti, nelle associazioni culturali e sportive, ecc. , essere in grado di collegare gli aspetti della lotta: politico, economico, sociale, culturale. Mettere al centro la dignità, la solidarietà, la dimensione collettiva, la resistenza, contro l’egemonia culturale imperialista, che promuove il conformismo, l’egoismo, l’individualismo e l’edonismo. L’autonomia proletaria come rifiuto della logica della sinistra borghese: 1 coloro che pensano che un cambio di governo possa contrastare la borghesia monopolistica imperialista. Non bisogna però pensare che tutte le forze politiche siano identiche, ma il parlamentarismo non è mai riuscito a determinare cambiamenti di linea politica, se non utilizzando una forza sociale e popolare sul territorio che esprimeva un potere e una resistenza popolari.2 coloro che propongono assemblee generali di cittadini, insistendo sulla questione dellapartecipazione e della democrazia, pensando che la «società civile» sia automaticamente di sinistra… senza considerare questo come un campo di battaglia, dove gli stessi movimenti reazionari di massa, le correnti liberali, sono in grado di creare un’egemonia, un consenso e una partecipazione. Per riprendere un’espressione del comunista italiano Gramsci, c’è una sottovalutazione del concetto di “egemonia” e dei “rapporti di forza” di Lenin… . 3 Coloro che parlano di rivoluzione, insurrezione, guerre popolari, ogni giorno, collocandole ovviamente sempre in uno spazio-tempo indefinito (legato a tempi millenari). La resistenza non è un momento, ma un processo. Accumulare forza non significa aspettare l’ora X, ma accumulare esperienza, capacità, strumenti, agire trasformando ciò che ci circonda e trasformando noi stessi.4 Coloro che parlano di rivoluzione, insurrezione, resistenza come di un gioco, come di una festa… manifestando in modo ostentato l’ottundimento a cui siamo sottoposti nelle metropoli imperialiste. Parafrasando il vecchio Koba… Non si può resistere indossando guanti di seta… L’autonomia proletaria significa, nel suo senso più profondo, la capacità delle classi popolari di fare politica, liberandosi dal punto di vista borghese grazie all’organizzazione, alla solidarietà, alla cooperazione e alla resistenza! COSTRUIRE IL FRONTE ANTI-IMPERIALISTA Non basta identificare un contesto, bisogna capire cosa significa oggi costruire la resistenza e qual è il ruolo della sinistra proletaria. Oggi, intervenire significa agire in un territorio in cui il nemico, l’imperialismo, è egemonico (sul piano sociale, culturale ed economico) nei luoghi di lavoro, nei quartieri popolari, nelle scuole, nelle prigioni… Lotta ideologica: contrastare l’ideologia e quindi i costumi della putrefazione imperialista all’interno delle masse popolari. La teoria marxista-leninista, in quanto teoria del proletariato e dei popoli oppressi, contro l’ideologia delle classi dominanti (liberali, sinistra borghese, reazionari e fascisti vari) . Il marxismo-leninismo come scienza, e quindi come ogni scienza in costante sviluppo. Il marxismo-leninismo come presa in considerazione della storia del movimento comunista e rivoluzionario. Ciò significa saper cogliere il presente, con lo sguardo rivolto al futuro, ma allo stesso tempo essere in grado di sintetizzare e fare il bilancio di ciò che è stato il movimento comunista e internazionale. Bisogna essere in grado di rompere con la «nostalgia », ma bisogna comprendere l’importanza che hanno avuto il socialismo reale10 e le esperienze della sinistra proletaria e rivoluzionaria che, all’interno delle metropoli imperialiste, si sono poste come obiettivo concreto la rottura rivoluzionaria, non come slogan, ma come pratica «di resistenza»11. Più in generale, con tutti coloro che si sono confrontati con l’organizzazione dell’autonomia proletaria e la resistenza contro lo Stato imperialista, collegando teoria e pratica. Lotta politica: lotta politica significa resistenza. Resistenza contro l’economia di guerra dell’imperialismo francese e della NATO, e contro il suo «neocolonialismo» e il suo razzismo. Resistenza come lotta organizzata per la dignità, gli interessi e le garanzie delle masse nei quartieri popolari, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle prigioni. Resistere come difesa e sostegno alla lotta anti-imperialista che libera i paesi dal gioco francese nel Sahel e nelle «colonie». Resistere significa prendere la bandiera della Palestina come bandiera delle masse oppresse nel mondo. Resistere significa rifiutare la logica dei buoni e dei cattivi quando si è attaccati dalla repressione dello Stato imperialista. Resistere significa sostenere i prigionieri politici rivoluzionari e la loro identità politica. Per resistere, bisogna essere in grado di «fare pulizia», solo così potremo pensare di resistere all’imperialismo. La lotta contro la droga e contro tutti i mercati della morte e della violenza che dominano i quartieri popolari è necessariamente un terreno su cui la resistenza dimostra concretamente la sua forza. È significativo che i «rivoluzionari» pensino di lottare contro lo Stato imperialista senza porsi la questione della costruzione dell’azione, della forza e della disciplina popolare. L’inizio del film La battaglia di Algeri… è più eloquente di mille discorsi su questo punto… La resistenza come capacità di organizzazione e trasformazione delle masse popolari, nel sabotaggio dell’organizzazione del lavoro capitalista e nella lotta contro lo Stato imperialista. La resistenza come trasformazione socialista delle masse nell’azione e nella dimensione collettiva.
Dimensione organizzativa: costruire il Fronte anti-imperialista, della sinistra proletaria e anti- imperialista. Come spazio di organizzazione e di confronto tra il proletariato metropolitano e i
popoli oppressi. Il Fronte anti-imperialista, nato sotto l’impulso dei compagni anatolici del Fronte popolare (organizzazione della sinistra rivoluzionaria anatolica), si colloca esattamente a questo livello. I punti caratteristici che contraddistinguono questa esperienza sono: «i movimenti rivoluzionari impegnati nell’ideologia marxista-leninista e nella lotta armata. La strategia principale dell’imperialismo consiste nell’eliminare questa minaccia. Una volta eliminata questa minaccia, l’imperialismo americano non avrà più alcun ostacolo da superare. Ecco perché la resistenza è necessaria!»12. Come Supernova, siamo attenti a tutti i momenti di organizzazione, di confronto, di sperimentazione, in Francia, prodotti dai partiti, dalle organizzazioni, gruppi, collettivi della sinistra proletaria13, ma allo stesso tempo abbiamo dovuto constatare una dose di nfantilismo, conformismo, liberalismo e «nostalgia» all’interno del movimento della sinistra proletaria. Noi stessi non siamo stati immuni da questi difetti. Per questo abbiamo fatto la scelta organizzativa di partecipare alla costruzione del Fronte anti-imperialista, perché è essenziale collegare, all’interno della metropoli imperialista, il fronte esterno al fronte interno. Confrontandoci e organizzandoci con le organizzazioni di resistenza all’imperialismo a livello internazionale, dal Medio Oriente all’Africa, dall’Asia al Sud America… Assumere un lavoro organizzativo e quindi collettivo, in grado di superare il localismo e i difetti della «sinistra radicale occidentale» polarizzata tra «informalità liberale» e «formalità stereotipata». Organizzarsi all’interno del Fronte anti-imperialista non significa prevedere di utilizzare artificialmente programmi e modelli specifici per altri contesti. Le caratteristiche delle metropoli imperialiste devono necessariamente avere un proprio programma. Il contributo della nostra rivista è sempre stato orientato in questo senso, ovvero adattarsi al contesto specifico in cui viviamo e interveniamo. Ed è qui che risiede il nostro contributo al Fronte anti-imperialista.
Sito web del Fronte Anti-Imperialista: anti-imperialistfront.org Sono disponibili anche una pagina in francese e diversi social network.
Usiamo questo termine per designare in modo generico la sinistra occidentale, con tutti i suoi paradigmi liberali, postmoderni, ecc.
Per Lenin, l’imperialismo non è una politica o un’economia particolare, ma rappresenta una dimensione sistemica in cui le contraddizioni diventano sempre più «estreme». Detto questo, non definiamo la Russia e la Cina imperialiste, perché il loro sviluppo non è paragonabile a quello degli Stati Uniti e dei paesi della NATO. È inoltre errato mettere semplicisticamente la Russia e la Cina sullo stesso piano, sia per quanto riguarda la loro composizione sociale interna che a livello strategico internazionale.
Politici di estrema destra o direttamente neofascisti
La Commissione Trilaterale (Trilaterale) è un’organizzazione privata creata nel 1973 su iniziativa dei principali leader del gruppo Bilderberg e del Council on Foreign Relations, tra cui David Rockefeller, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski. Questa commissione segnerà l’inizio della guerra ideologica moderna: la difesa dell’imperialismo con mezzi militari, culturali, ecc. contro tutte le esperienze di resistenza e di potere popolare. È la formalizzazione di un’élite tecnica al servizio delle classi dominanti e dell’imperialismo stesso.
A livello di “sistema”, ci troviamo in una produzione vulcanica e in un mercato anarchico, il che rende la scarsità un fattore artificiale prodotto non da elementi naturali, ma dall’attuale divisione del lavoro.
“Dal genocidio a Gaza al riscaldamento globale e all’uberizzazione del lavoro”, Ricardo Antunes, 2025, revuesupernova.org
L’opera di Mao “Contro il liberalismo”, pubblicata nel 1937, è, per la sua semplicità e chiarezza, uno strumento indispensabile per comprendere i difetti dell’ideologia arcaica, borghese e imperialista. Mao, stile comunista, Contradiction Editions, 2022
Parliamo principalmente del contributo dell’URSS e dei paesi del blocco socialista, prima dell’ondata revisionista che seguì la morte di Stalin, della Cina popolare, dell’Albania socialista, di Cuba e delle esperienze popolari e anti-imperialiste che hanno attraversato e attraversano l’Africa, l’Asia e il Sud America. Non abbiamo alcun culto da difendere, ma è chiaro che per noi rappresentano esperienze concrete in cui le masse popolari si sono organizzate e hanno assunto forme collettive. I limiti di queste esperienze non devono mai farci dimenticare che hanno rappresentato una rottura concreta con l’imperialismo. Bisogna guardare al futuro, ma il loro contributo rimane un esempio necessario da cui partire.
Per quanto riguarda la Francia, abbiamo pubblicato con la nostra casa editrice un’antologia sulle esperienze francesi in materia di lotta armata e violenza rivoluzionaria: Frédéric Oriach, La lutte armée, Contradiction Edition, 2024.
“Neocolonialismo, occupazione dello spirito e schiavitù volontaria: forme di dominio imperialista contemporaneo”, Fronte anti-imperialista, 2025
In questo contesto, l’URC, la LJR-JR e la nuova Organizzazione Comunista di Francia (OCF) sono tra gli attori più interessanti e attivi dell’attuale sinistra proletaria francese.
Pubblicato inGenerale|Commenti disabilitati su 13 febbraio: incontro con Supernova – editoriale
Per organizzarci contro la guerra, per la difesa dello nostre condizioni di vita e contro la repressione del dissenso….
Mentre governi, multinazionali e grande capitale si preparano alla guerra,
Mentre il governo vara continue leggi repressive militarizzando i territori e arrivando ad uno stato di polizia
Mentre le condizioni di vita peggiorano, il lavoro diventa sottopagato e sempre più precario, il razzismo di stato viene usato per dividere i proletaria,
Continuiamo con le mobilitazioni e le lotte che in questi mesi hanno messo in discussione la legittimità del Governo e le politiche imperialiste prendendo esempio dalle iniziative che in tutto il paese hanno Bloccato Tutto e dagli scioperi operai come quello internazionale del 6 febbraio dei lavoratori portuali,
Prendiamo esempio dalla Palestina che ci ha insegnato che la resistenza è possibile e necessaria,
Sabotiamo economia di guerra, costruiamo la Resistenza partendo dai nostri territori,
Vi aspettiamo davanti alla TENDA CONTRO LA GUERRA per discutere e costruire un coordinamento contro la guerra nell’area tre di Milano
Panetteria Occupata insieme a Milano per la Palestina, Casoretto per la Palestina, Lega Obiettori Coscienza (LOC), Giovani Palestinesi (GPI), Sanitari per Gaza, P.Carc
Pubblicato inGenerale|Commenti disabilitati su 14 febbraio: TENDA CONTRO LA GUERRA