Immagini da Milano in tempo di Covid19

dal Giambellino

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QUESTION NUMBER 1

Abbiamo nei giorni scorsi ricevuto dalla Grecia alcune domande sulla situazione italiana e sulle riflessioni che si stanno facendo sulla crisi sanitaria in corso e proviamo a rispondere alla prima di queste questioni:

Domanda_nr1_grecia

QUESTION NUMBER 1:

Nel momento in cui il mondo intero si trova dinanzi ad una crisi sanitaria dovuta alla pandemia e con misure restrittive mai finora applicate in tempi di “pace”, l’Italia ed in particolare la Lombardia  risulta come uno dei paesi e delle regioni piu’ duramente colpite dal virus Covid-19. Secondo voi, esistono motivi particolari per il fatto che l’ Italia ed in particolare la Lombardia detiene il triste primato in Europa per quanto riguarda la lista nera dei casi accertati e dei morti da questa pandemia? Potete riferire qualcosa riguardante lo stato d’ emergenza, le misure restrittive, le ripercussioni nella realtà sociale e la vita quotidiana del paese e della vostra città, durante questo ultimo mese?

Intorno al 20 febbraio si scopre il primo caso di coronavirus a Codogno (comune in provincia di Lodi), il 22 febbraio si contavano già 220 contagi in Lombardia e sebbene venisse delimitata e chiusa la prima zona rossa del lodigiano, politici e governatori dichiaravano che le città non si sarebbero fermate, noto a Milano è l’aperitivo sui navigli con il sindaco Sala e il segretario del partito democratico Zingaretti, accompagnato dallo slogan: “Milano non si ferma”.  In pochi giorni hanno dovuto rimangiarsi ogni parola.

Oggi 6 aprile i contagi in Italia sono arrivati a 132.547, di questi il 40% in Lombardia, i decessi a 16.523 di cui il 50% in Lombardia.  Dati diffusi quotidianamente dalla protezione civile, numeri che impressionano e che giorno dopo giorno hanno prodotto una serie di provvedimenti restrittivi che hanno da subito reso inaccessibile ogni spazio di socialità, di formazione e ogni luogo ricreativo o culturale. Misure che hanno sospeso la libertà di movimento delle persone, hanno vietato manifestazioni pubbliche ed assembramenti, scioperi e diffuso una capillare militarizzazione del territorio.

Questi provvedimenti sono stati accompagnati da veri e propri bombardamenti mediatici, diffusione del panico, criminalizzazione di chi esce da casa “senza giustificato motivo”, inasprimento delle sanzioni per chi non segue le direttive del Governo; il tutto condito da una retorica patriottica che vorrebbe farci sentire tutti uniti e responsabili nel combattere questa epidemia.

Di fronte alle immagini dei reparti di terapia intensiva degli ospedali congestionati dall’ingresso quotidiano di malati gravi, dalla carenza di personale e dalla mancanza di strutture adeguate, non c’è stata alcuna ammissione di responsabilità da parte del governo e di tutti i governi che hanno portato avanti le politiche sanitarie in questi ultimi decenni favorendo la sanità privata e tagliando ingenti fondi (37 miliardi dal 2010) a quella pubblica. Sono stati chiusi 759 reparti ospedalieri, tagliati 40.000 posti letto negli ultimi 15 anni e chiusi 115 ospedali tra il 2010 e il 2017.  L’epidemia ha trovato quindi una sanità già allo stremo e in emergenza da anni. La sanità pubblica In mano alle Regioni, con gli ingenti finanziamenti da amministrare ha favorito la corruzione e la sanità privata dove in Lombardia è arrivata ad assorbire il 40% della spesa sanitaria e che si è rivelata totalmente assente in questa emergenza, perché come qualsiasi azienda privata investe per fare profitti e preferisce non avere i pronti soccorsi, dipartimenti d’emergenza, rianimazioni perché si guadagna poco. 

In Lombardia dagli anni 90 ad oggi sono stati tagliati quasi il 50% di posti letto nel servizio sanitario pubblico. In una sistema sotto finanziato un’emergenza come quella che stiamo vivendo ha messo in crisi l’intero sistema.

Mentre gli operatori sanitari vengono ora osannati, applauditi e considerati i nuovi eroi da uno Stato che fedele al modello neoliberista ha sempre più scaricato i costi sociali sulla collettività, la percentuale dei contagiati tra loro sale e oggi si attesta intorno al 10/11%, in alcune residenze per anziani arriviamo al 20%, anche i decessi (87 ad oggi)  sono in continua crescita e mentre si costruiscono ospedali d’emergenza, il personale sanitario è ancora privo di dispositivi di sicurezza individuali, mascherine, guanti e tute di protezione e dato ancora più grave, non vengono sottoposti ai tamponi,  mettendo così a rischio la loro salute e quella delle  persone che vivono con loro .

Altro dato particolare della Lombardia   e dell’Italia in generale è l’alto numero di persone over 65 e il basso indice di natalità, in un sistema sanitario sempre più centralizzato, molti anziani sono deceduti nelle loro case o nelle residenze per anziani, spesso privati da qualsiasi tipo di assistenza e cura, dovuta anche questa al taglio di presidi medici territoriali. Così come le persone maggiormente fragili per patologie pregresse si sono infettate e hanno perso la vita proprio negli ospedali diventati veri e propri focolai di Covid 19.   E le patologie che nella nostra regione sono sempre più diffuse sono proprio quelle respiratorie, scientificamente accertate e spiegate come conseguenza dell’alto livello di inquinamento, contro cui però la logica del profitto non si piega.

Mentre si diffondeva questo clima di allarmismo e coercizione, molte aziende rimanevano però aperte e molte di queste sono appunto concentrate nelle aree cosiddette “rosse”, Brescia e Bergamo epicentro dell’epidemia, dove si contano la metà dei contagi in Lombardia. Lo spostamento di migliaia di lavoratori e la mancanza di dispositivi di sicurezza per la loro protezione, hanno fortemente inciso sulle cause della rapida diffusione del contagio in queste aree. E non solo in Lombardia, considerando che nel Piemonte e nell’Emilia Romagna, anch’esse aree altamente produttive, i contagi non accennano a diminuire.

Una quarantena preventiva che vale per tutti, ma non per i milioni di lavoratori dipendenti obbligati ogni giorno dai padroni a stare 8, 10, 12 ore ammassati a centinaia in fabbriche, magazzini, cantieri e negozi, senza alcuna tutela e senza la possibilità di vedersi garantite le misure minime di salvaguardia dai contagi.

L’ultimo decreto del Presidente del consiglio  Conte che avrebbe dovuto sancire la chiusura di tutte le attività produttive non necessarie, sotto  pressione di Confindustria, ha lasciato ampi margine di manovra ad aziende nei settori chimico, tessile e manifatturiero… affinché proseguano le loro attività,  pur non necessarie  in questa fase,  mediante autocertificazioni che non verranno mai verificate così come nessuna sanzione verrà fatta alle aziende che non rispettano le norme di sicurezza per i lavoratori.  Solo a Bergamo 1800 aziende hanno già chiesto deroghe al decreto, a Brescia ad oggi 2980. E non si ferma l’industria bellica dove a Cameri in provincia di Novara continuano ad essere assemblati e prodotti i cacciabombardieri F35 e per assicurare questa produzione centinaia di lavoratori rischiano di ammalarsi; o alla  RWM di Domusnovas in Sardegna che non si arresta il programma di espansione dello stabilimento per poter raddoppiare la produzione di ordigni bellici (bombe di aereo della serie MK ed esplosivo PBX) come se niente stesse accadendo.

Le ripercussioni nella vita sociale in un contesto di profonda crisi economica, cominciano ad essere pesanti e vissute in una sorta di silenzioso isolamento. Le famiglie si ritrovano ad avere un carico maggiore di lavoro perché mentre lavorano o non possono lavorare e produrre reddito, devono occuparsi dei figli, seguirli nella loro didattica, seguire code interminabili per fare la spesa, proteggere gli anziani rinunciando all’aiuto delle badanti, vivere tensioni che se prima venivano stemperate dalle ore passate fuori casa ora vengono compresse in spazi angusti e sovraffollati. Poi ci sono le persone sole, tagliate fuori da ogni relazione affettiva e relazionale, rese fragili da un clima di paura e solitudine. I bambini, di cui non si parla e i cui effetti di questa situazione forse li capiremo solo più avanti.  La sensazione diffusa è quella di vivere una dimensione sospesa, dove trova spazio la solidarietà ma anche la paura dell’altro, la speranza che tutto questo finisca e la consapevolezza che la crisi economica sarà devastante. In particolare nelle regioni del sud dove il processo di impoverimento sta già riguardando milioni di donne e uomini che lavorano in nero e il cui reddito si basa su entrate giornaliere e dove la disoccupazione era già intorno al 40%.

L’impronta classista e discriminante è evidente in ogni scelta che il Governo sta portando avanti, impone condizioni che non sono praticabili per una fetta ampia della popolazione, dalla didattica a distanza dove una buona parte di studenti è priva dei dispositivi necessari per seguire le lezioni o dove in alcune aree manca la rete che supporti questa modalità, dallo “stare a casa” per famiglie che una casa non ce l’hanno o rischiano di perderla a breve, dall’impossibilità per molte categorie di lavoratori  di accedere agli ammortizzatori sociali, e sono solo alcuni esempi.

Nonostante questo clima di apparente e silente paralisi, le forme di resistenza sul piano politico, sociale e culturale in realtà crescono di giorno in giorno. Dalle assemblee dei lavoratori che non sono disposti ad essere sacrificati in nome del profitto, dagli appelli sul diritto alla casa per organizzare lo sciopero degli affitti, dalle rivendicazioni del personale sanitario ancor più stremato da questa emergenza sanitaria al tentativo di categorie e soggetti prima invisibili di mobilitarsi, auto organizzarsi e rivendicare condizioni lavorative migliori. Forme di resistenza che si sono espresse anche all’interno delle carceri, attraverso differenti forme di rivolta, conclusesi anche con diverse morti tra i detenuti, che rivendicavano dignità e diritto alla salvaguardia della salute e la necessità di un indulto ed amnistia.

Nascono le brigate volontarie per l’emergenza dislocate in tutte le zone di Milano che supportano le persone sole o in difficoltà nel gestire quotidianamente le loro necessità, aumentano le collette alimentari e i gesti individuali e collettivi di solidarietà. Nonostante le reali ed evidenti difficoltà a spostarsi e vedersi, si cerca di proseguire il lavoro, si stanno sperimentando modi diversi per incontrarsi, discutere, elaborare, riflettere e socializzare materiali e proposte.

Panetteria Occupata – Milano, 8 aprile 2020

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Pandemia come sintomo dello Stato di emergenza del sistema

Pubblichiamo la traduzione di un intervento ricevuto da Atene, Grecia prodotto da “Contrattacco di classe” di riflessione sulla situazione attuale legata alla pandemia in corso.

Da “Contrattacco di classe” – Grecia, marzo 2020:
Contrattacco di classe
Pandemia come sintomo dello Stato di emergenza del sistema

Risulta chiaro che la diffusione del Coronavirus è più di una semplice minaccia per la salute. Senza ignorare l’importanza della Salute pubblica, che è attualmente messa a dura prova da parte di un virus incontrollato, riteniamo che il nucleo della gestione pandemica non sia tanto di ripristinare la sicurezza sanitaria, quanto di affrontare le sue conseguenze devastanti sull’economia.

Lo scoppio della pandemia non si è verificato in un tempo storico neutrale, ma durante cambiamenti epocali, avviati, almeno nell’ultimo decennio, dallo scoppio della crisi capitalista globale. È un dato di fatto, quindi, che la gestione della crisi sanitaria sia incorporata nella più ampia gestione della crisi del sistema e dei deadlock che si sono creati.

 Passando per il periodo di “pace”, senza precedenti, che ci lasciamo alle spalle, in cui stava avvenendo un fenomeno di rallentamento o addirittura fissazione della produzione, la pandemia accelera rapidamente il tempo storico e intensifica le tendenze destabilizzanti già esistenti nell’economia globale (recessione, mancanza di investimenti, concorrenza commercial-energetica) con qualcosa di ancora più drastico.

L’economia mondiale è il malato. E la pandemia, come fenomeno ciclico, incarna le sue contraddizioni dell’epoca in cui si manifesta. Infatti, il cortocircuito provocato dalla diffusione del virus Covid-19, accelera la necessità di un’altra ristrutturazione capitalistica, questa volta in ambito bellicoso. In un periodo di stagnazione economica globale, di accumulo del capitale (ancora una volta) in ambito finanziario e della creazione di una “bolla” ancora più pericolosa di quella portò alla crisi del 2008.

Questa mancanza di sbocco e l’imminente deflagrazione dell’economia globale, si riflettono nello sforzo incessante degli Stati di mantenere o rafforzare la loro posizione nella quota di mercato rimasta. Si riflettono nella militarizzazione dell’economia, sia in termini di politiche commercial-energetiche aggressive (embargo, sabotaggio, sanzioni e tariffe), che in termini di impiego militare diretto o indiretto in aree di interesse energetico e geostrategico. In un ambiente così freneticamente competitivo e marginale, la pandemia e le sue conseguenze sull’economia possono solo accelerare lo scoppio di un nuovo, ancora più profondo, fallimento del sistema.

Il fallimento sistemico che sta avvenendo in maniera celata, al momento si manifesta come un processo di “distruzione del capitale”, con il carattere asimmetrico e acceleratorio apportato dalla pandemia. In altre parole, la pandemia è semplicemente il detonatore della bomba a orologeria di un’economia globale che sta per esplodere da tempo. Pertanto, l’arresto della produzione, la riduzione o l’annientamento dei profitti e l’accumulo di debiti per un certo numero settori strategici (turismo, energia, commercio), creeranno un radicale riarrangiamento del mercato con chiusure aziendali e licenziamenti di massa. Chiaramente, questa “distruzione del capitale” eliminerà principalmente le parti più deboli di esso che non saranno in grado di far fronte al sovraindebitamento e, di conseguenza, rafforzerà i grandi monopoli che assorbiranno le perdite principalmente attraverso il prestito dalle banche centrali degli Stati. Ma questo processo di ripristino dei monopoli avverrà in un ambiente ancora più volatile a livello internazionale. La contrazione del PIL di alcuni stati, (Deutsche Bank stima al 24% per l’UE… un dato che non appariva dalla prima Guerra Mondiale), il crollo del prezzo del petrolio e del gas, l’aumento insostenibile del debito pubblico e privato di alcuni stati capitalisti (ad esempio l’Italia) e il crollo del mercato azionario, sono e saranno temi centrali per delineare confini e alleanze competitivo-belligeranti in cui il mondo del commercio, dell’energia, e delle relazioni diplomatiche che gli stati dovranno affrontare all’indomani della pandemia. All’interno di questo contesto, l’attuazione di un'”economia di guerra” come prospettato da K. Mitsotakis, descrive bene la situazione attuale. Il mancato e prolungato funzionamento “ a pieno regime” del mercato e i suoi effetti a catena su un certo numero di settori dell’economia, agiscono come un acceleratore per il possibile scoppio di un fallimento immediato e incontrollato (anche in Grecia). Il comunicato di guerra emesso da Mitsotakis non riguarda la “minaccia asimmetrica” della pandemia, ma la contrazione sempre crescente dell’economia e la preparazione militare dello Stato per la gestione dello Stato di emergenza. La terminologia scelta dal capo del governo greco per comunicare con la società e le misure adottate per rafforzare e sostenere il capitale e i datori di lavoro paralizzati dal calo di redditività, sono tipiche di condizioni di guerra e fallimento.

Tali interventi statali “marziali” si sono già stati messi in campo nel 2010 con il fallimento ufficiale dello Stato greco. Le misure straordinarie decise dall’UE e dalla BCE con un programma di acquisto di obbligazioni di 750 miliardi di euro (di cui 12 miliardi per la Grecia), a parte il fatto che non sono state destinate a rafforzare l’economia reale come “iniezione di liquidità”, ma ad assorbire le obbligazioni tossiche detenute dai fondi, rientrano nel debito pubblico dei bilanci degli Stati. E se oggi operazioni simili vengono presentate come misure di natura” protezionistica”, domani si riveleranno ancora più disastrose di quelle del 2010, perché si accumuleranno a spese di un’economia spezzata, sovraindebitata e devastata da più di un decennio. I prestiti “solidali” e le iniezioni di liquidità nel bilancio dello Stato dall’UE sono capitali che dovrebbero essere teoricamente coperti e rimborsati da una società che, di fatto, è già fallita e chiusa. Quindi “economia di guerra” significa un nuovo ciclo di memorandum, licenziamenti, riduzioni salariali e pensioni, spese sociali e privatizzazioni. Quello che lo stato sta dando oggi per fermare la sua bancarotta, domani lo pagheremo col sangue.

Attualmente, lo Stato, attraverso lo sforzo coordinato di rallentare e controllare la diffusione della pandemia, sta correndo al ripristino della normalità produttiva e al riavvio immediato dell’economia. L’imposizione di severe misure sanitarie, come condizione di base per demarcare e trattare il virus non è attuata in funzione della protezione della salute pubblica come apparentemente affermano, bensì della drastica riduzione temporale della destabilizzazione economica. Qui dovremo soffermarci un po’ più a lungo. Anche se consideriamo che la questione della congiuntura non sia quella di garantire la salute ma di salvare l’economia, ciò non significa che riteniamo, ingenuamente, il rischio pandemico come inesistente. La critica e l’opposizione in un determinato contesto devono sempre essere portate avanti con consapevolezza e Responsabilità Sociale, ricordando che la minaccia per la salute pubblica e la sua attualmente necessaria protezione sono dati di fatto.

In quanto soggetti socio-politici, abbiamo la responsabilità di adottare misure di protezione della salute senza identificarci con gli imperativi dello Stato. Perché lo stato, come meccanismo criminale-antisociale, impone ordini sanitari-repressivi spostando il peso della diffusione del virus sulla società, sbarazzandosi della responsabilità politica dell’ormai insufficiente sistema sanitario pubblico. Perché lo stato e i suoi meccanismi di propaganda, promuovono abilmente la “responsabilità individuale” e le riunioni sociali come le principali cause della diffusione del virus, senza menzionare il sottofinanziamento, la chiusura degli ospedali, la mancanza di attrezzature, medicinali e unità di terapia intensive.

Al contrario stiamo adottando misure non per evitare le nostre responsabilità, ma per sollevarle e portarle sulle nostre spalle, assieme a tutti i ricatti e le estorsioni a cui siamo sottoposti. A chi continua a lavorare nelle condizioni più avverse (lavoro, salute ed economiche) servono coesione sociale e solidarietà e se servono medicine adeguate, cibo e ospedali. A chi è in cassa-integrazione, disoccupato o lavora “a nero”, a chi è prigioniero nelle carceri e nei campi di detenzione per migranti. Stiamo adottando misure per evitare che come popolazione eccedentaria e improduttiva in tempo di guerra, soffriremo e moriremo impotenti.

Stanno parlando e stiamo parlando di guerra. Ed è vero. Perché ciò che sta accadendo intorno a noi oggi è l’unico modo per descriverlo. Dal quadro generale ci troviamo di fronte all’incombenza di una Terza Guerra Mondiale, tra le trincee della vita di tutti i giorni contiamo le migliaia di morti pandemiche da registrare come ” vittime di guerra”. Dall’innalzamento dei prezzi al mercato nero. Dagli scaffali dei supermercati vuoti, allo stoccaggio di cibo. Dal “reclutamento” di alcuni dipendenti per ridurre le perdite del datore di lavoro, al licenziamento di altri. Dalla coercizione del lavoro senza prevenzione sanitaria elementare, agli straordinari di emergenza. Dall’insufficienza ospedaliera e di attrezzature mediche e l’inadeguatezza del personale infermieristico, alla trasformazione degli ospedali in reparti zeppi di “feriti di guerra”. Dal divieto di raduni, alla fobia di comunicare e toccarsi a vicenda. Tutto questo è parte di un trattato di guerra.

E ancora di più, la distopia che stiamo vivendo può sembrare poca cosa di fronte a ciò che si prospetterà se lo stato di emergenza sarà esteso e la pandemia si diffonderà in misura incontrollabile. Se il bilancio delle vittime aumenterà e la disoccupazione, la fame, i debiti e l’incapacità di soddisfare i bisogni di base renderanno insostenibile la vita di tutti i giorni. In altre parole se entreremo in uno stato di dissoluzione generalizzata del tessuto sociale con focolai di esacerbazione di violenza antisociale e domestica, depressione, nevrosi e suicidi. Ecco perché oggi, il movimento attuando il progetto senza tempo di solidarietà di classe, è chiamato ad agire come forza trainante per salvaguardare la società. Ma la difesa della nostra classe, la difesa della solidarietà come elemento vitale per la sopravvivenza spirituale e fisica della società, non può essere delineata riempiendo i vuoti lasciati dallo stato e auto-organizzando la nostra povertà, ma nel rivendicare i bisogni sociali fondamentali come veicolo per la totale trasformazione rivoluzionaria della società. Lo slogan “rivoluzione o barbarie” è ciò che cattura il dilemma dei nostri tempi. Perché l’intensità cosmogonica e l’estensione delle contraddizioni che il capitalismo produce oggi, guideranno l’umanità, sia alla sua liberazione che alla sua regressione.

Quindi dovremmo perseverare. Il periodo in cui ci troviamo è cruciale. L’attacco dello Stato sia a livello economico, riversando le enormi perdite subite verso gli strati sociali più bassi; sia a livello politico con l’istituzione della “quarantena” contro la società e le sue resistenze, ha nuovamente ed enfaticamente posto le questioni di organizzazione e contrattacco del movimento come decisive per il suo futuro. Si giudicherà, ancora una volta nella storia recente, se il movimento è in grado di comprendere l’entità storica delle questioni aperte dalla situazione, se (e come) è in grado di comprendere la sua posizione e il suo ruolo, se riuscirà a svolgere il suo dovere storico: prima come cumulo di resistenza contro l’aggressione capitalista- repressiva e poi come forza critica per il rovesciamento rivoluzionario. La cristallizzazione delle controversie politiche sulla situazione e i successivi obiettivi fondamentali da fissare, come concreta condensazione dell’aggressione capitalista contro di noi, possono creare le condizioni per la fiducia in sè stessi, una “fiducia di classe”, per l’unione e il contrattacco. La difesa della salute pubblica e il suo rafforzamento con personale permanente aggiuntivo, la fornitura gratuita di beni di prima necessità (medicinali, cibo), il requisito della prevenzione sanitaria dei lavoratori che sono costretti ad essere esposti alla pandemia, lo stop dei pagamenti (affitti, bollette, ecc.) di tutti i disoccupati e dei lavoratori che sono in vacanza forzata, l’arresto dei licenziamenti e l’obbligo di decongestionare le carceri; sono alcuni dei punti che condensano la gestione di classe della pandemia e le lotte che devono essere portate avanti contro di essa.

Ma non ci facciamo illusioni. Le lotte necessarie in questo periodo non sono facili da iniziare in una condizione così soffocante. La crisi ci trova ancora una volta impreparati. E peggio ancora, ci trova in un regime che vieta l’incontro pubblico e la presenza per le strade. L’astensione dal pubblico dominio e la risposta collettiva di massa a ciò che sta accadendo intorno a noi, danno spazio e tempo preziosi al nemico. Il tempo e il territorio che stiamo perdendo sono insostituibili e forse aspettare la fine della pandemia per colmare le lacune che già si stanno formando sarà troppo tardi. La rapidità degli sviluppi e la mancanza di elaborazione collettiva di posizioni e azioni di intervento sociale, possono portare ad una paralisi cinematica generalizzata con ramificazioni catastrofiche. Anche ora, e al fine di proteggere la salute pubblica, dobbiamo considerare la necessarietà di un’azione in pubblico in situazioni di emergenza. Il nemico si è già organizzato per questo. Dovremmo fare lo stesso. Questa preoccupazione del nemico, attraverso la militarizzazione della vita sociale imposta con il pretesto della pandemia, riguarda i metodi preventivi di contro- insurrezione e la fortificazione dello Stato nei confronti di una possibile esplosione sociale generalizzata, concausa e conseguenza di un fallimento imminente. La quarantena sociale è arrivata per restare, ed è già imposta con il controllo panottico nelle città, attraverso l’integrazione degli ordini istituzionale con metodi distopici di autocontrollo della società sopita e chiusa in casa, ma anche attraverso il dispiegamento di unità militari per le strade delle metropoli. Se in un ambiente così sterile di esasperazione sociale, il mancato rispetto degli ordini sanitari porta a multe e arresti, allora la resistenza in qualsiasi forma dovrebbe essere considerata, di fatto, criminalizzata e sanzionata.

Qualcosa sta cambiando e lo sentiamo tutti. Viviamo sull’orlo della storia, nella fase di transizione di un cambiamento radicale del mondo nella forma in cui lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. E i sintomi di questo periodo intermedio, sotto forma di antagonismi, pandemie, crisi, fallimenti e militarismo, prefigurano un futuro ancora più inquietante e minaccioso per l’umanità. Qualcosa sta cambiando e lo vediamo tutti.

La scelta, ora, spetta a noi. Non ci sono forze metafisiche che muovono la storia, e la diffusione di una pandemia destabilizzerà ma in nessun modo distruggerà il capitalismo. La discontinuità storica della liberazione sociale e di classe e la distruzione del capitalismo, risiedono solo nell’atto umano. Nel violento cambiamento rivoluzionario della società. Gli Stati, fintanto che le loro società e le loro resistenze resteranno dismesse e non organizzate, assorbiranno le vibrazioni delle loro crisi (sanitarie, economiche, di guerra ) e creeranno le condizioni per un attacco ancora più cruento. In altre parole, senza resistenza, la sovranità sarà stabilizzata, riorganizzata e rafforzata. E in particolare oggi, l’uscita senza ostacoli del capitalismo dalla sua crisi sanitario-economica, lascerà dietro di sé le condizioni per un cimitero sociale. Silenzio, paura e miseria. La scelta, quindi, sorge nuovamente con enfasi: O NOI O LORO.

 Ταξική Αντεπίθεση (ομάδα Αναρχικών και Κομμουνιστών)

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PRIMI APPUNTI SUL C O R O N A V I R U S

PRIMI APPUNTI SUL  C O R O N A V I R U S

Primi_appunti_Coronavirus

“Corsi e ricorsi storici”, così titolava un articolo de “Il Giorno” del 4 marzo 2020, ricordando l’epidemia influenzale che colpì Milano e l’Italia nel dicembre 1969 (1). Penso che pochi di noi ricordino quel lontano episodio forse perché occupati in tutt’altre vicende, come l’autunno caldo, la bomba di Piazza Fontana, l’assassinio di Pinelli. Eppure quel virus influenzale chiamato A2 e ribattezzato anche “Hong Kong 68”, perché proveniente dalla Cina, o “Spaziale” in omaggio ai viaggi lunari, aveva colpito 13 milioni di persone in Italia e causato 5mila morti. Il vaccino per questo virus esisteva, ma non era stato distribuito in Italia, e non risulta che allora vennero prese misure preventive paragonabili a quelle prese nell’occasione odierna. Come si spiega questa differenza? Ritorneremo su questo punto.

La comparsa e la successione in epoca recente di epidemie e pandemie dovute a mutazioni virali, dal virus HIV/AIDS degli anni 80/90 alla SARS del 2003, dall’influenza aviaria del 2013 all’attuale coronavirus Covid 19, ha fatto avanzare diverse ipotesi scientifiche sull’origine di queste mutazioni, tutte comunque riconducibili al tipo di sviluppo distorto generato da un capitalismo selvaggio in fase di declino storico. Alcuni autori hanno chiamato in causa, come fattore favorevole allo sviluppo dei virus e alle loro mutazioni, il sovraffollamento presente nelle grandi megalopoli moderne con decine di milioni di abitanti, altri hanno parlato di un rapporto cambiato fra specie umana e specie animali, a causa degli allevamenti intensivi e della presenza nelle grandi città di volatili che non c’erano prima, dai pipistrelli ai gabbiani. Tutte conseguenze queste di un rapporto alterato fra genere umano e mondo naturale in un’era che gli esperti definiscono come “antropocene”, o, per meglio dire, “capitalocene”. Per non parlare poi dell’inquinamento atmosferico, o, meglio, della presenza nell’aria delle polveri sottili che costituiscono un ottimo veicolo per la diffusione del virus nell’ambiente. Una circostanza questa che potrebbe spiegare la più rapida diffusione del virus in pianura padana rispetto alle regioni del Sud. Tutte ipotesi queste che meriterebbero da parte nostra una maggiore attenzione e approfondimenti ulteriori.

Tuttavia non è possibile in questa sede non rilevare una serie di coincidenze la cui importanza è tutta da chiarire. Nell’aprile 2003 la NATO ha pubblicato un rapporto di 140 pagine denominato “Urban Operations in the Year 2020” (UO 2020). Nel rapporto l’ipotesi di partenza è l’aumento esponenziale della popolazione mondiale entro l’anno 2020 e il contestuale spaventoso aumento dell’urbanizzazione, con il 70% di questa popolazione che vivrà all’interno delle città. Tutto ciò provocherà crescenti tensioni economico-sociali, alle quali si potrà far fronte – secondo il rapporto – solo con una presenza militare massiccia, spesso su periodi di tempo prolungati. D’altro canto, un uso tradizionale dell’esercito magari inviato all’ultimo momento potrebbe essere controproducente e, quindi, per questo motivo nell’UO 2020 si consiglia di iniziare gradualmente ad utilizzare l’esercito in funzione di ordine pubblico all’avvicinarsi della crisi mondiale ipotizzata per il 2020. Ebbene siamo arrivati al 2020 e gli scenari ipotizzati nel rapporto NATO si rivelano forse un tantino esagerati, ma la raccomandazione contenuta nell’ultima parte “sull’esercito in funzione di ordine pubblico”, già operante in Italia da diversi anni, potrebbe subire una accelerazione proprio in occasione dell’emergenza coronavirus, segnando una ulteriore militarizzazione del territorio.

Non abbiamo mai dimostrato una particolare simpatia per le ideologie complottiste, tuttavia esistono una serie di altre coincidenze da rilevare. “La presenza a Wuhan di un biolaboratorio dove scienziati cinesi, in collaborazione con la Francia effettuano studi su virus letali, tra cui alcuni inviati dal Laboratorio canadese di microbiologia. Nel luglio 2015 l’Istituto governativo britannico Pirbright ha brevettato negli USA un “coronavirus attenuato”. Nell’ottobre 2019 il Johns Hopkins Center for Health Security ha effettuato a New York una simulazione di pandemia da coronavirus prevedendo uno scenario che, se si verificasse, provocherebbe 65 milioni di morti” (2). Un mese prima dei Giochi delle Forze armate nella città cinese, si tennero esercitazioni militari per simulare una possibile minaccia batteriologica chiamata “coronavirus”. A quei giochi che si tennero a Wuhan dal 18 al 27 ottobre parteciparono circa 300 atleti provenienti dagli Stati Uniti. Recentemente il 12 marzo il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino Zhao Lijian ha avanzato il sospetto che il paziente zero sia stato un soldato USA e ha chiesto agli Stati Uniti maggiore “trasparenza” in merito. Naturalmente non esistono prove che fra questi avvenimenti e la pandemia da coronavirus ci sia una precisa relazione di causa-effetto tuttavia è necessario ricordare che la guerra batteriologica è una possibilità prevista nei trattati sulla guerra moderna.

Ma torniamo alla domanda iniziale: come si spiega la differenza nel comportamento dei vari governi in occasione delle altre recenti epidemie e nella attuale epidemia da Covid 19. Il fatto è che questa epidemia è il prodotto di una crisi generale del capitalismo già in corso da tempo e, nello stesso tempo, un fattore di accelerazione di questa crisi. Anche rimanendo nella sola Europa la differenza fra le misure prese dai diversi governi è stata notevole a partire dal caso estremo della Gran Bretagna post Brexit che ha rimandato al massimo le decisioni, forse pensando a una soluzione improntata al “darwinismo sociale” ovvero alla selezione naturale operata dal virus nei confronti dei soggetti più deboli, anziani, soggetti già affetti da altre patologie ecc. Anche le differenze nelle misure adottate dai governi tedesco e italiano nell’emergenza si possono spiegare se consideriamo la loro rispettiva struttura economica. La Germania è un capitalismo forte e concentrato con una potente struttura industriale votata all’esportazione. Mettere in pericolo la produzione di questa grande industria è impossibile e fuori discussione. L’Italia invece è un capitalismo più debole, in cui la grande industria è stata praticamente smantellata e dove esiste una pletora di “classe media”, ristoratori, albergatori, piccoli imprenditori, lavoratori autonomi ecc. Saranno proprio questi a subire gli effetti più devastanti della crisi, molti saranno costretti a chiudere, dando il via a un imponente processo di concentrazione capitalistica, i cui effetti sono, al momento, imprevedibili.

In Italia la situazione è stata resa più pesante dagli ingenti tagli alla sanità operati da tutti i governi negli ultimi decenni e  dai finanziamenti accordati alla sanità privata a scapito di quella pubblica, a partire proprio dalle privatizzazioni favorite dalla Regione Lombardia da Formigoni in poi. Mentre, al contrario, nella situazione di emergenza la classe operaia ha riacquistato visibilità, concretezza e forza nel conflitto: gli scioperi che si sono succeduti in diversi stabilimenti hanno chiarito che “gli operai non ci stanno a morire per il profitto”, costringendo il governo a emanare una serie di misure, insufficienti comunque e peraltro non applicate nella maggioranza delle fabbriche.

Ma come andranno le cose quando tutto questo sarà finito? Come già detto ci sarà una accelerazione della crisi già in corso. Qualcuno già parla di “grande recessione” e di ritorno agli anni 30 del 900. Fra giochi di borsa e politiche monetarie espansive i grandi gruppi finanziari troveranno il modo di incrementare la loro ricchezza. Le grandi multinazionali si concentreranno ancora di più per aumentare i loro profitti. La concentrazione capitalistica provocherà il fallimento di tante piccole e medie imprese con il conseguente aumento esponenziale della disoccupazione. Il debito pubblico e privato aumenterà ulteriormente e verranno messe in cantiere opere pubbliche distruttive per l’ambiente, come la TAV o il TAP. Riprenderanno fiato le tendenze “sovraniste” che invocheranno la chiusura dei confini con le relative coreografie patriottarde, anche se è ormai difficile rimettere in discussione la divisione internazionale del lavoro che si è affermata negli ultimi decenni (in Italia non produciamo più neanche le mascherine!). Si imporranno forme di governo autoritarie e decisioniste fino ad invocare la militarizzazione della società. Insomma, per parafrasare uno slogan di moda: NON ANDRA’ TUTTO BENE. Da parte nostra dobbiamo prepararci a dare risposte a una prevedibile radicalizzazione dello scontro sociale e a prospettare una fuoriuscita da un modo di produzione capitalistico sempre più distruttivo e mortifero.

Milano, 25 marzo 2020    Panetteria Occupata

 
Note:
1) ”Virus dalla Cina”: è la “spaziale” del 1969 di Massimiliano Mingoia in IL GIORNO del 4 marzo 2020 pag.11.
2) Manlio Dinucci – Pandemia del virus della paura – Il Manifesto, 25 febbraio 2020.      

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10 marzo: processiamo il sionismo

Solidarietà ai solidali con la Palestina accusati di incitamento all’odio razziale!

Il prossimo 10 marzo a Milano si terrà l’udienza preliminare a carico di 5 compagni milanesi solidali con la lotta palestinese, processati per le contestazioni alla presenza delle bandiere sioniste – simbolo di occupazione, colonialismo e apartheid – portate dallo spezzone della Brigata Ebraica nel corteo del 25 Aprile del 2018.

La gravità della vicenda sta soprattutto nell’accusa che questi compagni dovranno fronteggiare: “incitamento all’odio razziale”. Un chiaro tentativo da parte della Procura di Milano di perseguire giuridicamente come antisemita chiunque osi criticare le politiche israeliane e la sua propaganda. Un processo che tenta di ribaltare la realtà e che rientra in una campagna più ampia e internazionale in cui il sionismo tenta di diffondere l’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo.

Noi denunciamo a chiare lettere la natura razzista del regime sionista e ricordando che Israele ha dichiaratamente al suo fianco gran parte dell’estrema destra mondiale (Bolsonaro, Salvini, Trump…i veri razzisti!).

Non lasciamo soli i compagni imputati, partecipiamo numerosi all’iniziativa indetta al tribunale di Milano, processiamo il sionismo!

Viva la Resistenza Palestinese!

Riportiamo di seguito l’appello del Fronte Palestina “per una mobilitazione contro il sionismo e in solidarietà ai compagni colpiti dalla repressione” e l’appello degli imputati che  invitano al presidio davanti al Tribunale di Milano il 10 marzo alle ore 09.00.

Appello imputati 25 Aprile

appello campagna contro il sionismo fronte palestina

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28 febbraio: Cena Assemblea Scienze Politiche

VENERDI 28 FEBBRAIO 2020 ORE 20:30

CENA DI AUTOFINANZIAMENTO PER L’ASSEMBLEA SCIENZE POLITICHE

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21 febbraio: Chi sostiene che comunismo e nazismo sono uguali e perché?

Chi sostiene che comunismo e nazismo sono uguali e perché?

Venerdì 21 febbraio 2020

Ore 18:30 Apericena

Dalle ore 20:30 interventi, discussione, video
tra cui Video Conferenza tenuta a Sarzana di Alessandro Barbero scrittore, storico, docente Università del Piemonte orientale

organizzano:
Panetteria Occupata rossoconte@hotmail.com
Circolo Itinerante Proletario “Georges Politzer” cippolitzer.wordpress.com
CCL – Coordinamento Comunista Lombardia coordcomunistalombardia@gmail.com

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16 febbraio: Milano, CON I PORTUALI DI GENOVA IN LOTTA

CiSiamo raccoglie l’appello dei lavoratori portuali di Genova ed invita ad un iniziativa Domenica 16 febbraio in Via Padova di fronte all’anagrafe comunale a partire dalle ore 15.

Questo il volantino:

CON I PORTUALI DI GENOVA IN LOTTA
Contro il traffico di armi nei nostri mari. No alla Guerra.
Ormai da mesi i lavoratori del porto di Genova sono impegnati nella mobilitazione contro la guerra, nello specifico nell’impedire l’imbarco di materiale bellico diretto in Arabia Saudita e destinato alla guerra in Yemen. La nave in questione è della compagnia saudita Bahri, che rifornisce d’armi e mezzi militari tutto il Medio Oriente.
Mobilitazioni simili si sono svolte in molti altri porti europei dove i lavoratori hanno impedito l’attracco di queste navi.
Con l’aumentare delle guerre e della presenza militare degli Stati NATO aumentano le manifestazioni di protesta contro la guerra e le strutture che ne traggono profitto.
Lunedì 17 febbraio 2020, data in cui potrebbe arrivare al porto di Genova una nuova nave carica di armi, la Bahri Yanbu, i portuali si sono organizzati per bloccarla.
Come CiSiamo abbiamo deciso di scendere nelle strade Domenica 16 febbraio per
appoggiare questa mobilitazione condividendo con chi vive la città i contenuti delle lotte dei portuali. Vogliamo lottare contro le ingiustizie della guerra, una guerra che in qualsiasi forma si presenta colpisce gli oppressi di qualsiasi Paese e riguarda tutte e tutti noi. La guerra non è lontana, la possiamo vedere anche nei nostri quartieri, con la militarizzazione dei territori e le politiche securitarie che emarginano sempre maggiori fette di popolazione.
Questa tendenza alla guerra costringe la maggioranza della popolazione ad emigrare dai propri Paesi ma si trova a vivere invece in condizioni di ricatto e sfruttamento sempre più dure nei Paesi di arrivo.
Inoltre, il costante aumento delle spese militari determina la riduzione di numerosi servizi (dalla sanità alla scuola) tagliando i finanziamenti pubblici e favorendone la privatizzazione.
Chiunque voglia approfondire ed organizzarsi intorno al dibattito contro la guerra è invitata/o a partecipare a questa iniziativa.
Come scrivono i portuali di Genova “dalla produzione bellica alla sua logistica, dalle basi militari ai centri di ricerca, l’ingranaggio della guerra è ampio e diffuso.” Sta a noi fermarlo!
Ci vediamo domenica 16 febbraio dalle ore 15:00 in via Padova di fronte all’anagrafe comunale.

CI SIAMO

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15 febbraio: Cena per Cassa di resistenza

SABATO 15 FEBBRAIO

ALLE ORE 20:30 CENA SOCIALE

Il ricavato per una Cassa di Resistenza a sostegno delle lotte

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Ricordiamo il compagno Giovanni Gerbi

Martedì 28 gennaio 2020 il compagno Giovanni Gerbi ci ha lasciato. Lo ricordiamo con il documento video

“Santa Libera 1946 LA RIVOLUZIONE CHE DOVEVA VENIRE LA RIVOLUZIONE CHE VERRA'” prodotto da Officine Video Indipendenti

 

 

 

(da La Stampa del 1/2/2020)
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